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venerdì 16 aprile 2010

Inammissibili e non fondati

E dopo tanta attesa, compreso il rinvio della discussione dalla scorso 23 marzo, la Corte Costituzionale si è pronunciata proprio il 14 Aprile (mio compleanno), sulla questione del matrimonio omosessuale.

Come noto, la domanda era stata sollevata dai tribunali di Venezia e Trento (a cui si erano rivolte delle coppie omosessuali insoddisfatte del rifiuto opposto dalle rispettive amministrazioni comunali alla pubblicazione nuziali) per dichiarare l'illegittimità delle norme, per altro non così esplicite e univoche come si potrebbe credere, che impediscono il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in nome degli articoli 2 (diritti inviolabili dell'uomo anche nelle formazioni sociali), 3 (uguaglianza dei cittadini), 29 (diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio) e 117,primo comma (ordinamento comunitario e obblighi internazionali) della Costituzione.
La decisione nuda e cruda è stata di giudicare inammissibili (artt. 2 e 117) e non fondate (artt. 3 e 29) le richieste. Respingendo di fatto il ricorso.
Il primo sentimento che emerge è di grande tristezza e amarezza per l'ennesima occasione buttata. La speranza di qualche milione di italiani di vedersi riconosciuti una "possibilità" e la pari dignità e uguaglianza degli altri cittadini nelle proprie scelte affettive e familiari.
Con poco più di coraggio, che in altre occasioni la Corte ha pur dimostrato, innovando a più riprese i nostri codici e le leggi contrarie proprio ai basilari principi costituzionali (articolo 2 e 3), molte delle quale ereditate dalla monarchia e dal fascismo, oggi l'Italia si sarebbe trovata di colpo riaccolta nel consesso dell'Europa più avanzata, in barba ai nostri bigotti legislatori, e dimostrando la straordinaria vitalità e modernità del nostro sistema di diritto e di garanzie che trova l'architrave proprio nella Costituzione.
E invece ci troviamo costretti a rilanciare una battaglia e allo stesso tempo ad arginare una disillusione sempre più forte che spinge molte e molti di noi a riconoscersi sempre meno in questo Paese che a tutti i livelli ci vorrebbe invisibili e privi di diritti che altrove sono ormai scontati.

Proprio adesso però NON DOBBIAMO ARRENDERCI perché una cosa è risultata chiara da tutta l'operazione che ha portato fino alla Corte Costituzionale. Che le istituzioni non possono ignorarci, che troveremo sempre dei modi di inchiodarle alle loro responsabilità e quando ci cacciano dalla porta noi rispunteremo dalla finestra e se anche la finestra fosse chiusa proveremo dal solaio, dalla cantina, scoperchieremo il tetto delle ipocrisie e delle bugie e speriamo di non dover abbattere l'edificio!
Naturalmente sulla sentenza infausta, e prima ancora di leggerne le motivazioni (che a loro poco importano) si sono subito fiondati come avvoltoi i soliti noti. La pessima Roccella, già tra i promotori del Family Day nel 2007 e oggi sottosegretario alla Salute (scranno da cui fa ostruzionismo in tutti i modi alla legge 194 sulla interruzione di gravidanza, tra le altre cose), si scatena in acrobazie (il)logiche degne di miglior causa: "La Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi sui matrimoni omosessuali dichiarando infondato il richiamo agli articoli 3 e 29: la famiglia non può che essere, secondo i giudici, una 'società naturale' composta da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio". Come già siamo abituati a sentire per lo stesso articolo 29, nel quale si leggono uomo e donna che il costituzionalista non ha mai scritto, l'azione di mistificazione viene estesa adesso anche a semplici annunci di sentenza.
È importante precisare infatti che la Corte NON ha mai dichiarato illegittimi i matrimoni omosessuali, ma che sulla materia può (e forse sarebbe dovrebbe) decidere il legislatore. E se può si evince chiaramente che non solo il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è vietato ma è PIENAMENTE CONSENTITO anzi un provvedimento di riconoscimento dei diritti delle coppie, sotto forma matrimoniale o altra appare, dalla lettura delle motivazioni AUSPICABILE e in qualche modo persino DOVEROSO, di fronte ai cambiamenti intervenuti nella realtà sociale e culturale del Paese e di fronte a un quadro internazionale in progressiva evoluzione che ugualmente spinge in questa direzione.
Checché ne dica la talebana Roccella che prova anche a mettere paletti al legislatore e a farci credere di non essere una fan dei diritti costituzionali …
C'è poco da dire sul ministro della famiglia (al singolare per carità) Giovanardi, che canta prematuramente vittoria con parole fotocopia della collega di governo.
Alla fiera delle frasi fatte decide di non mancare il suo inutile apporto anche Isabella Bartolini, ignota esponente della direzione Popolo delle Libertà (quali) che rispolvera questo adagio "Nel nostro Paese ognuno può vivere come meglio ritiene basta che stia all'interno delle leggi. Non si possono però trasformare i desideri in diritti illegittimi". E poi, con la coda di paglia tipica del suo partito aggiunge: "Mi auguro che dopo questo giusto pronunciamento della Corte Costituzionale non di debba assistere allo sgradevole show da parte di qualcuno che ci verrà a raccontare che nel nostro Paese c'e' la dittatura. Sarebbe veramente stucchevole oltre che profondamente falso".
L'hanno informata che in Italia l'unico a criticare la Corte (e non soltanto le sue sentenze) , parlando proprio di "dittatura dei giudici di sinistra", è il suo capo e datore di lavoro? Ma ormai siamo abituati, se si tratta di immunità e privilegi di uno sono il PDL si mobilita, quando in discussione sono i diritti civili di milioni si specula!

Tornando alle motivazioni della sentenza, pubblicate ieri a tempo di record, possiamo provare ad azzardare pochissime considerazioni, evitando di cadere in un eccesso di negatività, per cogliere alcuni spunti interessanti e tutttal'tro che scontati, possibili appigli per azioni prossime sul tema.
Le aperture maggiori della Consulta giungono motivando l'inammissibilità della richiesta relativamente all'articolo 2 (la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale)
della Costituzione.
Coerentemente con questo dettato i Supremi giudici riconoscono che "per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l'unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri". Subito però la Corte esclude"che l'aspirazione a tale riconoscimento – che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia – possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio"
perché "spetta al Parlamento, nell'esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette, restando riservata alla Corte costituzionale la possibilità d'intervenire a tutela di specifiche situazioni" (grassetti nostri).

In tutta chiarezza, secondo le stesse parole della Consulta al Parlamento spetta stabilire il COME tutelare le COPPIE OMOSESSUALI e non certo il SE tutelarle, tanto che la stessa Corte si dichiara sin d'ora competente a intervenire e deliberare di fronte a concrete fattispecie discriminatorie (e i ricorsi potrebbero essere tanti, ad esempio su pensione di reversibilità, diritto di lavoro, sanità, separazione delle coppie, etc.)

La questione sollevata con riferimento ai parametri individuati negli artt. 3 e 29 Cost. (argomentata in maniera secondo me eccellete dai tribunali ricorrenti e dai legali delle coppie coinvolte) è stata ritenuta NON fondata.

La Corte decide di "prendere le mosse, per ragioni diordine logico", proprio dall'articolo 29 che "stabilisce, nel primo comma, che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», e nel secondo comma aggiunge che «Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare»".

"La norma, che ha dato luogo ad un vivace confronto dottrinale tuttora aperto, pone il matrimonio a fondamento della famiglia legittima, definita "società naturale" (con tale espressione, come si desume dai lavori preparatori dell'Assemblea costituente, si volle sottolineare che la famiglia contemplata dalla norma aveva dei diritti originari e preesistenti allo Stato, che questo doveva riconoscere)".

Speriamo che adesso Casini, Buttiglione, Volontè, Roccella, Pezzotta, Storace, Rutelli, Binetti, ma anche D'Alema, Bersani e company la smettano di sbandierare il termine, tutto giuridico di "naturale" in senso pseudo naturalistico di "uomo e donna / Adamo ed Eva animali da riproduzione, ovvero come un richiamo a un presunto "diritto naturale" immodificabile perché fissato ora e sempre da Dio o chi per lui…

A contraddirli le stesse parole della Consulta immediatamente ribadiscono che "è vero che i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere "cristallizzati" con riferimento all'epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell'ordinamento, ma anche dell'evoluzione della società e dei costumi".
Dopo l'indoratura della pillola arriva però la mazzata: "Detta interpretazione, però, non può spingersi fino al punto d'incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata".
"Infatti, come risulta dai citati lavori preparatori, la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito svoltosi in sede di Assemblea, benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta. I costituenti, elaborando l'art. 29 Cost., discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un'articolata disciplina nell'ordinamento civile. Pertanto, in assenza di diversi riferimenti, è inevitabile concludere che essi tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che, come sopra si è visto, stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. In tal senso orienta anche il secondo comma della disposizione che, affermando il principio dell'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale.
Questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un'interpretazione creativa. Si deve ribadire, dunque, che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto".

Insomma secondo i giudici costituzionali non c'è ombra di dubbio su a "quale" matrimonio intendessero riferirsi i costituenti. A quello eterosessuale disciplinato dal codice civile del 1942. Tanto più che, pur conoscendo la "condizione omosessuale" non presero la questione delle coppie omosessuali minimamente in considerazione. Qui sta secondo me una piccola crepa argomentativa, perché se quanto sopra detto rispetto alle intenzioni dei costituenti è certamente vero è pur vero che a quel tempo la condizione omosessuale non era per nulla associata a rivendicazioni di diritti, né individuali né tantomeno di coppia o coniugali, ma semmai considerata alla stregua di una devianza sessuale da nascondere e che nessuno avrebbe mai rivendicato pubblicamente. Non esisteva proprio il fenomeno delle coppie omosessuali in cerca di riconoscimenti e diritti e forse neanche delle coppie omosessuali tout court. Queste sono emerse soltanto diversi decenni
dopo, assumendo una crescente rilevanza numerica e rivendicativa soltanto 15 o 20 anni fa.
Nell'arricchire le argomentazioni a sostegno della sua tesi la Corte fa riferimento anche alla finalità procreativa dell'unione matrimoniale ritenendo "Non casuale (…) che la Carta costituzionale, dopo aver trattato del matrimonio, abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli (art. 30), assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sia pur compatibilmente con i membri della famiglia legittima. La giusta e doverosa tutela, garantita ai figli naturali, nulla toglie al rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla (potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall'unione omosessuale".

Su questo punto ci sarebbe molto da redire intanto perché questa osservazioni non supera i rilievi mossi dagli stessi tribunali di Venezia e Trento circa le coppie eterosessuali che per motivi di età o di salute risultino incapaci di procreare e rispetto al caso di matrimonio, giustamente consentito, per i/le transessuali con persone (e solo con loro) del medesimo sesso di nascita, nella evidente impossibilità alla procreazione "naturale". Senza considerare appunto che l'evoluzione della tecnica e della medicina, unitamente all'accresciuta consapevolezza delle persone omosessuali, consentono oggi superare dei limiti nel 1948 tutt'affatto impensabili, come dimostrano il crescente fenomeno, in Italia come nel resto d'Europa, delle famiglie omogenitoriali.

Giunti a questo punto la Consulta si sente in grado di liquidare in poche parole la questione dell'uguaglianza posta dall'articolo 3: "In questo quadro, con riferimento all'art. 3 Cost., la censurata normativa del codice civile che, per quanto sopra detto, contempla esclusivamente il matrimonio tra uomo e donna, non può considerarsi illegittima sul piano costituzionale. Ciò sia perché essa trova fondamento nel citato art. 29 Cost., sia perché la normativa medesima non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio".
Secondo i giudici, insomma l'impossibilità per le coppie omosessuali di sposarsi non dà luogo a una violazione del principio di uguaglianza perché l'articolo 29 fa riferimento" inequivocabilmente" a un matrimonio tra uomo e donna fissando quindi una sorta di "legittima eccezione", e poco importa se per stabilire questa inequivocabilità l'interpretazione fa riferimento proprio alle norme del codice civile che si vorrebbero abrogare (il classico cane che si morde la coda insomma). Ma c'è di più: quando i giudici affermano che le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio, esprimono una sorta di tautologia, in quanto non sono omogenee ora e proprio per questo aspirano a esserlo potenzialmente. Non sono omogenee nella stessa misura in cui non lo sono le unioni eterosessuali NON sposate che però possono, oggi, decidere se e quando dare la veste giuridica del matrimonio al loro rapporto. Cosa, invece ancora ingiustamente impedita alle coppie omosessuali.

In conclusione al momento la Corte ha ritento che NON sussiste un diritto costituzionale al matrimonio per le coppie omosessuali , ma allo stesso tempo NON ESISTE certo un divieto a tale riconoscimento. ANZI il concetto di MATIMONIO è sottoposto a un'evoluzione sociale culturale che incide anche sulle norme giuridiche che lo regolano, come è evidente dalle soluzioni trovate da diversi paesi europei dalla cultura giuridica "affine" alla nostra.
Esiste invece un preciso diritto delle coppie omosessuali a vedere riconosciuta e tutelata la loro condizione. Diritto che chiama in causa la discrezionalità del legislatore sui modi di garantirlo (con il matrimonio e/o altri mezzi) ma non più sulla opportunità o meno di farlo.

Da qui, da subito possiamo ripartire. Anche sottolineando una cosa. Alla sentenza del 14 si è giunti per l'azione di qualche decina di coppie coraggiose e determinate in giro per l'Italia (che dobbiamo tutti ringraziare) e dalla volontà e impegno di due associazioni "giovani" ma intraprendenti: Rete Lenford e Certi Diritti.

Quest'azione nel suo complesso non è stata sostenuta con enorme entusiasmo dalla gran parte del movimento glbt, Non ha visto mobilitazione di massa né tra gay e lesbiche e neppure nella società civile più attenta alla questione (senza il cui appoggio difficilmente otterremo mai risultati tangibili). Anche per noi, insomma, un'occasione perduta di dibattito, sensibilizzazione e unità di intenti su un punto che sicuramente non è l'unico e per molti neppure il più importante della nostra agenda, ma che potrebbe essere sicuramente un obiettivo unificante e simbolicamente decisivo.

venerdì 14 novembre 2008

UDC: Per Binetti e Villa due pesi e due misure!

Qualche giorno fa commentavo le dichiarazioni di Cesa e Pezzotta relative al Caso Binetti, scoppiato nel PD. I due noti leader dell'UDC tra le altre cose affermavano «... non possiamo non evidenziare che quando una parlamentare possa essere messa sotto accusa e sottoposta a giudizio del suo partito solo per avere espresso il suo parere su una norma della Chiesa cattolica, rappresenti un evento preoccupante». Aggiungendo poi: «Abbiamo sempre difeso la libertà di espressione e contrastato ogni atteggiamento di discriminazione nei confronti di qualsiasi persona. Ci preoccupa però la possibilità che si possano creare nel nostro Paese situazioni e condizioni che possano inibire la libertà di espressione e che, surrettiziamente, si possa introdurre il reato di opinione».
La posizione espressa appare chiara: un rappresentante politico NON può essere espulso, cacciato o accusato dal suo partito se esprime una posizione personale su una questione di principio attinente ai valori stessi di appartenenza a quel partito, quand'anche fosse radicalmente difforme dalla linea ufficiale del partito stesso. Emerge poi una posizione di "decisa" difesa della libertà di espressione e di contrasto a qualsiasi atteggiamento di discriminazione.
Parlando con Stefano Bolognini, ai margini di una registrazione televisiva, mi è stato fatto invece notare quanto diverso sia stato l'atteggiamento dell'UDC nei confronti del suo consigliere nazionale, Alberto Villa. L'esponente dell'UDC Ligure, ai margini della polemica sorta intorno al Gay Pride di Genova, aveva fatto coming out pubblico in un'intervista al Secolo XIX del 10 settembre scorso, esprimendo dubbi rispetto alla posizione dell'UDC in materia di Pride, coppie omosessuali e adozioni e ritenendo compatibile il suo essere omosessuale, cattolico ed esponente di un partito come l'UDC appunto.
In quel caso la replica del Commissario regionale, Rosario Monteleone non si è fatta attendere neppure 24 ore (altro che Veltroni che finché può evita di prendere posizioni, per poi barcamenarsi tra distinguo e balletti di "ma anche"): «Voglio smentire categoricamente che quella espressa da Alberto Villa sia la posizione dell'Udc locale o di quello nazionale. Dev'essere chiaro che il nostro iscritto ha parlato a titolo esclusivamente personale» ha dichiarato al Secolo XIX. «Villa sa molto bene - dice Monteleone - quale sia la linea dell'Udc nei confronti della famiglia, dei Dico, delle adozioni per gli omosessuali. Quindi, ribadisco, ha parlato a titolo esclusivamente personale, ciò che ha detto non corrisponde in maniera assoluta con quanto il partito dice da sempre e con i valori che difende».
Monteleone fa seguire alle dichiarazioni stampa un intervento TV su Primo Canale in cui ha screditato politicamente Villa, dicendo che «è un semplice iscritto e non conta nulla». Cosa falsa in quanto Villa era al tempo membro del consiglio nazionale dell'UDC, era anche stato a capo dello staff politico dell'assessore regionale Adolfo nella giunta di centrodestra e aveva coordinato diverse campagne elettorali liguri.
L'epilogo della vicenda matura a poco più di un mese dopo, il 22 ottobre scorso, quando un amareggiato Alberto Villa rassegna le dimissioni dal consiglio nazionale dell'UDC e dal partito, spiegando in una lettera a Casini, Buttiglione e Cesa di essere stato "estromesso e emarginato" a seguito delle sue dichiarazioni.
Si tratterebbe, in pratica, di una sorta di mobbing politico.
Ecco la sua ricostruzione dei fatti: «Ho visto reazioni veramente stravaganti anche nel mio partito. Come se a Genova dovessero arrivare orde di pazze seminude con le piume, ho sentito parlare di oscenità e di carnevalate. E ho deciso di intervenire. Che io sia omosessuale ritengo che lo sapessero tutti, ma fino ad allora era un fatto mio. Ho fatto outing per chiedere un dibattito nel partito. Invece ho ricevuto un attacco inaudito dal segretario regionale Monteleone che ha perfino dichiarato di non sapere bene chi fossi: io gli ho organizzato la campagna elettorale».
Vana anche l'attesa e a speranza di un intervento conciliante dalla segreteria nazionale «Invece, intorno a me si è fatto il vuoto. Sono diventato invisibile. Ci sono dei silenzi molto rumorosi. Mi hanno messo nella condizione di andarmene e allora va bene, me ne vado. Però voglio dire che io sono cattolico, credo nella famiglia, ma penso anche che si possa quanto meno discutere del riconoscimento dei diritti delle coppie — non dico delle famiglie — omosessuali o delle coppie di fatto eterosessuali. Così come avevo chiesto di discutere sul problema dell'adozione da parte dei gay, non dico che sia la cosa giusta da fare ma solo che se ne può parlare. Invece no, nell'Udc non se ne può parlare». Villa non crede di essere stato discriminato ma afferma: «Mi hanno avvolto nel silenzio. Quello che mi è successo è la dimostrazione di quanto fa paura il Gay Pride. E di quanto fa paura spiacere alla Curia».
Ancora una volta è il commissario Monteleone a replicare duro: «È vero, abbiamo preso le distanze da Alberto Villa, non perché sia gay, ma perché ha fatto dichiarazioni a titolo personale sulla famiglia, sulle coppie di fatto, sulle adozioni di bambini da parte di coppie gay che non sono in linea con l'opinione dell'Udc.
Non abbiamo nulla contro i gay, non siamo loro nemici, ma siamo per la famiglia tradizionale, quella composta da uomo e donna, quella indicata dalla Costituzione. Mai, per quel che ci riguarda, le coppie gay potranno adottare dei figli. Capiamo perciò il suo disagio a restare in questo partito».

Ora, va certamente innanzitutto precisato che mentre le affermazioni della deputata pseudodemocratica Paola Binetti sono fondamentalmente ingiurie nei confronti degli omosessuali, che vengono accostati alla pedofilia in modo surrettizio, le posizioni di Villa erano di tenore ben più politico, non insultavano o offendevano nessuno, ma puntavano ad aprire un dibattito interno al suo partito su alcune questioni di indubbia rilevanza sociale.

A questa richiesta l'UDC ha risposto con una chiusura dogmatica e pregiudiziale, con un silenzio e con un atteggiamento di delegittimazione politica che è ben peggiore di un "processo di partito", perché subdolo, e sotterraneo, senza la neanche una minima possibilità di contraddittorio e di confronto sui contenuti. Perché su quei contenuti non è neppure ammissibile il confronto! (Del resto sempre in quella puntata di Anno Zero con me Casini definì "un'abberazione" la legge spagnola che consentiva alle coppie gay di adottare).
Cesa e Pezzotta (ma potremmo citare Volontè e altri) che per il caso Binetti hanno deciso di superare i confini del proprio partito per tendere una mano di "solidarietà" alla deputata sotto accusa in nome del contrasto alle discriminazioni e della difesa della libertà di opinione, non hanno ritenuto di esprimere neppure un pensiero su un caso così grave interno al loro partito. Neppure due righe di dispiacere o di ringraziamento per un uomo che per tanti anni aveva offerto il suo impegno all'UDC e che adesso era costretto a lasciare nel silenzio.

Al di là delle parole di Villa che ci sia stato un atteggiamento discriminatorio a me sembra evidente dall'andamento e dall'esito della vicenda. E allo stesso tempo non posso che giudicare coerentemente integralista la posizione dell'UDC che ha deciso di rinsaldare la sua immagine compatta di partito cattolico ortodosso. In questo quadro hanno legittimamente ritenuto che le aperture politiche e i dubbi sollevati dal consigliere Villa non fossero compatibili con la linea di partito e si sono comportati di conseguenza.

Il punto è: perché allora pretendere di ergersi a difensori della libertà di opinione per una questione che investe le dichiarazioni della Binetti e il suo rapporto con un ALTRO partito?

mercoledì 5 novembre 2008

Binetti graziata e poi portata sugli altari: siamo alla farsa!

Peggiore epilogo nel PD per la vicenda che ha visto coinvolto l'onorevole Binetti non poteva esserci.
Prima le vergognose e incomprensibili parole di Veltroni che derubrica le calunnie omofobe della deputata TeoDem a opinioni personali, quindi la resa di Paola Concia, e poi "l'assoluzione" del comitato etico che si dichiara incompetente.
Infine ecco giungere a dare il carico da quaranta in un tardivo soccorso Castagnetti dal PD e Cesa e Pezzotta dall'UDC...

Queste le dichiarazioni sorprendenti di Castagnetti, che non soddisfatto del successo, decide anche di rimarcarlo:
"E' sorprendente che la commissione di Garanzia nonostante la netta presa di posizione del segretario del partito, abbia ritenuto di non dichiarare irricevibili le denunce a carico dell'onorevole Paola Binetti".
"Se ritorno sul tema -aggiunge- è perché non mi va di sottovalutare la gravità di un dibattito 'disciplinare' intorno a una opinione espressa da un socio del partito (ndr. ma forse essere soci del partito non è come essere soci del circolo bocciofilo del tuo quartiere?). La libertà di pensiero e di espressione è così apodittica e indiscutibile che trovo sorprendente anche solo il fatto che la commissione abbia ritenuto di dover precisare di non poter procedere 'perché l'ordinamento non lo prevede'. L'ordinamento non lo prevede semplicemente perché non può -in linea di principio- prevederlo". (http://www.gaynews.it/view.php?ID=79728)

Allora, in nome della libertà di pensiero, mi piacerebbe dire che Castagnetti è un gran pezzo di merda putrida e un mentecatto puttaniere difensore di preti pedofili e corrotti, talmente ignorante che non capisce neanche dove sta di casa, figurarsi la differenza tra opinioni e insulti. Ma ci tratteniamo dal dirlo, dai, perché a me non piace insultare chi non ha neppure l'intelligenza di capire che lo si sta facendo. Non merita neppure la fatica.

Ma Castagnetti non poteva essere l'unico e allora ecco Cesa e Pezzota, dell'UDC, che scelgono di ergersi a improbabili super eroi difensori della libertà di pensiero e di espressione in una lettera aperta alla Binetti:
"Cara Paola, le vicende che recentemente ti hanno visto coinvolta hanno destato in noi forti preoccupazioni. Nell'esprimerti tutta la nostra solidarietà (ndr. povera pecorella indifesa), non possiamo non evidenziare che quando una parlamentare possa essere messa sotto accusa e sottoposta a giudizio del suo partito solo per avere espresso il suo parere su una norma della Chiesa cattolica, rappresenti un evento preoccupante".
"Abbiamo sempre difeso-aggiungono- la libertà di espressione e contrastato ogni atteggiamento di discriminazione nei confronti di qualsiasi persona (ndr. contrasto alla discriminazione? Ma Pezzotta non è quello del Family day?). Ci preoccupa però la possibilità che si possano creare nel nostro Paese situazioni e condizioni che possano inibire la libertà di espressione e che, surrettiziamente, si possa introdurre il reato di opinione. Oggi si viene denunciati nel partito, ma sorge il dubbio che se si introduce il reato di omofobia così come strutturato nella proposta di legge in discussione alla Camera in commissione Giustizia, si potrebbe essere denunciati ad un tribunale vero e proprio''.
"Nel confermarti la solidarietà dell'Unione di centro per gli ingiustificati attacchi cui sei stata sottoposta, ti assicuriamo il nostro impegno a garantire la libertà di opinione, dentro e fuori dai partiti". (http://www.gaynews.it/view.php?ID=79727)

Insomma anche secondo questi due paladini dei diritti e della libertà di opinione insultare gli omosessuali è più che legittimo e non può neppure essere oggetto di una censura interna di partito in nome di elementari principi di rispetto per tutti. Che dicevano costoro in merito della satira di Sabina Guzzanti contro il papa? Quella non andava bene?

Ad ogni modo vogliono fare surrettiziamente passare un'idea che sanno essere falsa sulla legge antiomofobia.
La proposta mira infatti ad estendere le previsioni già in vigore della Legge Mancino su discriminazioni razziali e religiose anche all'omofobia. Quindi delle due l'una: o il reato d'opinione esiste già per quei casi, e loro si propongono di abrogare la legge Mancino, ovvero se il principio è valido per razzismo e diversità religiosa può essere valido anche su omofobia e transfobia!
Che ne dite Cesa e Pezzotta vi mettete in pace col cervello? ma se la coerenza e l'onestà intelletuale non abitano al Parlamento non ve ne si può certo fare una colpa.
La prossima volta che parlate di "contrasto alle discriminazioni", però, vi suggerirei di informarvi su cosa siano, giusto per sembrare meno ridicoli del solito!

Invito tutti a continuare a mandare mail (questa la mia a Veltroni e al PD, ma ne manderò presto altre) e querele al PD e alla Binetti, perché non possiamo accettare di essere ingiuriati senza reagire.
Parita anche l' OPERAZIONE BINETTOFILIA. Vediamo fino a che punto PD e Binetti apprezzano la libertà di opinione!