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venerdì 16 aprile 2010

Inammissibili e non fondati

E dopo tanta attesa, compreso il rinvio della discussione dalla scorso 23 marzo, la Corte Costituzionale si è pronunciata proprio il 14 Aprile (mio compleanno), sulla questione del matrimonio omosessuale.

Come noto, la domanda era stata sollevata dai tribunali di Venezia e Trento (a cui si erano rivolte delle coppie omosessuali insoddisfatte del rifiuto opposto dalle rispettive amministrazioni comunali alla pubblicazione nuziali) per dichiarare l'illegittimità delle norme, per altro non così esplicite e univoche come si potrebbe credere, che impediscono il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in nome degli articoli 2 (diritti inviolabili dell'uomo anche nelle formazioni sociali), 3 (uguaglianza dei cittadini), 29 (diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio) e 117,primo comma (ordinamento comunitario e obblighi internazionali) della Costituzione.
La decisione nuda e cruda è stata di giudicare inammissibili (artt. 2 e 117) e non fondate (artt. 3 e 29) le richieste. Respingendo di fatto il ricorso.
Il primo sentimento che emerge è di grande tristezza e amarezza per l'ennesima occasione buttata. La speranza di qualche milione di italiani di vedersi riconosciuti una "possibilità" e la pari dignità e uguaglianza degli altri cittadini nelle proprie scelte affettive e familiari.
Con poco più di coraggio, che in altre occasioni la Corte ha pur dimostrato, innovando a più riprese i nostri codici e le leggi contrarie proprio ai basilari principi costituzionali (articolo 2 e 3), molte delle quale ereditate dalla monarchia e dal fascismo, oggi l'Italia si sarebbe trovata di colpo riaccolta nel consesso dell'Europa più avanzata, in barba ai nostri bigotti legislatori, e dimostrando la straordinaria vitalità e modernità del nostro sistema di diritto e di garanzie che trova l'architrave proprio nella Costituzione.
E invece ci troviamo costretti a rilanciare una battaglia e allo stesso tempo ad arginare una disillusione sempre più forte che spinge molte e molti di noi a riconoscersi sempre meno in questo Paese che a tutti i livelli ci vorrebbe invisibili e privi di diritti che altrove sono ormai scontati.

Proprio adesso però NON DOBBIAMO ARRENDERCI perché una cosa è risultata chiara da tutta l'operazione che ha portato fino alla Corte Costituzionale. Che le istituzioni non possono ignorarci, che troveremo sempre dei modi di inchiodarle alle loro responsabilità e quando ci cacciano dalla porta noi rispunteremo dalla finestra e se anche la finestra fosse chiusa proveremo dal solaio, dalla cantina, scoperchieremo il tetto delle ipocrisie e delle bugie e speriamo di non dover abbattere l'edificio!
Naturalmente sulla sentenza infausta, e prima ancora di leggerne le motivazioni (che a loro poco importano) si sono subito fiondati come avvoltoi i soliti noti. La pessima Roccella, già tra i promotori del Family Day nel 2007 e oggi sottosegretario alla Salute (scranno da cui fa ostruzionismo in tutti i modi alla legge 194 sulla interruzione di gravidanza, tra le altre cose), si scatena in acrobazie (il)logiche degne di miglior causa: "La Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi sui matrimoni omosessuali dichiarando infondato il richiamo agli articoli 3 e 29: la famiglia non può che essere, secondo i giudici, una 'società naturale' composta da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio". Come già siamo abituati a sentire per lo stesso articolo 29, nel quale si leggono uomo e donna che il costituzionalista non ha mai scritto, l'azione di mistificazione viene estesa adesso anche a semplici annunci di sentenza.
È importante precisare infatti che la Corte NON ha mai dichiarato illegittimi i matrimoni omosessuali, ma che sulla materia può (e forse sarebbe dovrebbe) decidere il legislatore. E se può si evince chiaramente che non solo il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è vietato ma è PIENAMENTE CONSENTITO anzi un provvedimento di riconoscimento dei diritti delle coppie, sotto forma matrimoniale o altra appare, dalla lettura delle motivazioni AUSPICABILE e in qualche modo persino DOVEROSO, di fronte ai cambiamenti intervenuti nella realtà sociale e culturale del Paese e di fronte a un quadro internazionale in progressiva evoluzione che ugualmente spinge in questa direzione.
Checché ne dica la talebana Roccella che prova anche a mettere paletti al legislatore e a farci credere di non essere una fan dei diritti costituzionali …
C'è poco da dire sul ministro della famiglia (al singolare per carità) Giovanardi, che canta prematuramente vittoria con parole fotocopia della collega di governo.
Alla fiera delle frasi fatte decide di non mancare il suo inutile apporto anche Isabella Bartolini, ignota esponente della direzione Popolo delle Libertà (quali) che rispolvera questo adagio "Nel nostro Paese ognuno può vivere come meglio ritiene basta che stia all'interno delle leggi. Non si possono però trasformare i desideri in diritti illegittimi". E poi, con la coda di paglia tipica del suo partito aggiunge: "Mi auguro che dopo questo giusto pronunciamento della Corte Costituzionale non di debba assistere allo sgradevole show da parte di qualcuno che ci verrà a raccontare che nel nostro Paese c'e' la dittatura. Sarebbe veramente stucchevole oltre che profondamente falso".
L'hanno informata che in Italia l'unico a criticare la Corte (e non soltanto le sue sentenze) , parlando proprio di "dittatura dei giudici di sinistra", è il suo capo e datore di lavoro? Ma ormai siamo abituati, se si tratta di immunità e privilegi di uno sono il PDL si mobilita, quando in discussione sono i diritti civili di milioni si specula!

Tornando alle motivazioni della sentenza, pubblicate ieri a tempo di record, possiamo provare ad azzardare pochissime considerazioni, evitando di cadere in un eccesso di negatività, per cogliere alcuni spunti interessanti e tutttal'tro che scontati, possibili appigli per azioni prossime sul tema.
Le aperture maggiori della Consulta giungono motivando l'inammissibilità della richiesta relativamente all'articolo 2 (la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale)
della Costituzione.
Coerentemente con questo dettato i Supremi giudici riconoscono che "per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l'unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri". Subito però la Corte esclude"che l'aspirazione a tale riconoscimento – che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia – possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio"
perché "spetta al Parlamento, nell'esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette, restando riservata alla Corte costituzionale la possibilità d'intervenire a tutela di specifiche situazioni" (grassetti nostri).

In tutta chiarezza, secondo le stesse parole della Consulta al Parlamento spetta stabilire il COME tutelare le COPPIE OMOSESSUALI e non certo il SE tutelarle, tanto che la stessa Corte si dichiara sin d'ora competente a intervenire e deliberare di fronte a concrete fattispecie discriminatorie (e i ricorsi potrebbero essere tanti, ad esempio su pensione di reversibilità, diritto di lavoro, sanità, separazione delle coppie, etc.)

La questione sollevata con riferimento ai parametri individuati negli artt. 3 e 29 Cost. (argomentata in maniera secondo me eccellete dai tribunali ricorrenti e dai legali delle coppie coinvolte) è stata ritenuta NON fondata.

La Corte decide di "prendere le mosse, per ragioni diordine logico", proprio dall'articolo 29 che "stabilisce, nel primo comma, che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», e nel secondo comma aggiunge che «Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare»".

"La norma, che ha dato luogo ad un vivace confronto dottrinale tuttora aperto, pone il matrimonio a fondamento della famiglia legittima, definita "società naturale" (con tale espressione, come si desume dai lavori preparatori dell'Assemblea costituente, si volle sottolineare che la famiglia contemplata dalla norma aveva dei diritti originari e preesistenti allo Stato, che questo doveva riconoscere)".

Speriamo che adesso Casini, Buttiglione, Volontè, Roccella, Pezzotta, Storace, Rutelli, Binetti, ma anche D'Alema, Bersani e company la smettano di sbandierare il termine, tutto giuridico di "naturale" in senso pseudo naturalistico di "uomo e donna / Adamo ed Eva animali da riproduzione, ovvero come un richiamo a un presunto "diritto naturale" immodificabile perché fissato ora e sempre da Dio o chi per lui…

A contraddirli le stesse parole della Consulta immediatamente ribadiscono che "è vero che i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere "cristallizzati" con riferimento all'epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell'ordinamento, ma anche dell'evoluzione della società e dei costumi".
Dopo l'indoratura della pillola arriva però la mazzata: "Detta interpretazione, però, non può spingersi fino al punto d'incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata".
"Infatti, come risulta dai citati lavori preparatori, la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito svoltosi in sede di Assemblea, benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta. I costituenti, elaborando l'art. 29 Cost., discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un'articolata disciplina nell'ordinamento civile. Pertanto, in assenza di diversi riferimenti, è inevitabile concludere che essi tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che, come sopra si è visto, stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. In tal senso orienta anche il secondo comma della disposizione che, affermando il principio dell'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale.
Questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un'interpretazione creativa. Si deve ribadire, dunque, che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto".

Insomma secondo i giudici costituzionali non c'è ombra di dubbio su a "quale" matrimonio intendessero riferirsi i costituenti. A quello eterosessuale disciplinato dal codice civile del 1942. Tanto più che, pur conoscendo la "condizione omosessuale" non presero la questione delle coppie omosessuali minimamente in considerazione. Qui sta secondo me una piccola crepa argomentativa, perché se quanto sopra detto rispetto alle intenzioni dei costituenti è certamente vero è pur vero che a quel tempo la condizione omosessuale non era per nulla associata a rivendicazioni di diritti, né individuali né tantomeno di coppia o coniugali, ma semmai considerata alla stregua di una devianza sessuale da nascondere e che nessuno avrebbe mai rivendicato pubblicamente. Non esisteva proprio il fenomeno delle coppie omosessuali in cerca di riconoscimenti e diritti e forse neanche delle coppie omosessuali tout court. Queste sono emerse soltanto diversi decenni
dopo, assumendo una crescente rilevanza numerica e rivendicativa soltanto 15 o 20 anni fa.
Nell'arricchire le argomentazioni a sostegno della sua tesi la Corte fa riferimento anche alla finalità procreativa dell'unione matrimoniale ritenendo "Non casuale (…) che la Carta costituzionale, dopo aver trattato del matrimonio, abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli (art. 30), assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sia pur compatibilmente con i membri della famiglia legittima. La giusta e doverosa tutela, garantita ai figli naturali, nulla toglie al rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla (potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall'unione omosessuale".

Su questo punto ci sarebbe molto da redire intanto perché questa osservazioni non supera i rilievi mossi dagli stessi tribunali di Venezia e Trento circa le coppie eterosessuali che per motivi di età o di salute risultino incapaci di procreare e rispetto al caso di matrimonio, giustamente consentito, per i/le transessuali con persone (e solo con loro) del medesimo sesso di nascita, nella evidente impossibilità alla procreazione "naturale". Senza considerare appunto che l'evoluzione della tecnica e della medicina, unitamente all'accresciuta consapevolezza delle persone omosessuali, consentono oggi superare dei limiti nel 1948 tutt'affatto impensabili, come dimostrano il crescente fenomeno, in Italia come nel resto d'Europa, delle famiglie omogenitoriali.

Giunti a questo punto la Consulta si sente in grado di liquidare in poche parole la questione dell'uguaglianza posta dall'articolo 3: "In questo quadro, con riferimento all'art. 3 Cost., la censurata normativa del codice civile che, per quanto sopra detto, contempla esclusivamente il matrimonio tra uomo e donna, non può considerarsi illegittima sul piano costituzionale. Ciò sia perché essa trova fondamento nel citato art. 29 Cost., sia perché la normativa medesima non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio".
Secondo i giudici, insomma l'impossibilità per le coppie omosessuali di sposarsi non dà luogo a una violazione del principio di uguaglianza perché l'articolo 29 fa riferimento" inequivocabilmente" a un matrimonio tra uomo e donna fissando quindi una sorta di "legittima eccezione", e poco importa se per stabilire questa inequivocabilità l'interpretazione fa riferimento proprio alle norme del codice civile che si vorrebbero abrogare (il classico cane che si morde la coda insomma). Ma c'è di più: quando i giudici affermano che le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio, esprimono una sorta di tautologia, in quanto non sono omogenee ora e proprio per questo aspirano a esserlo potenzialmente. Non sono omogenee nella stessa misura in cui non lo sono le unioni eterosessuali NON sposate che però possono, oggi, decidere se e quando dare la veste giuridica del matrimonio al loro rapporto. Cosa, invece ancora ingiustamente impedita alle coppie omosessuali.

In conclusione al momento la Corte ha ritento che NON sussiste un diritto costituzionale al matrimonio per le coppie omosessuali , ma allo stesso tempo NON ESISTE certo un divieto a tale riconoscimento. ANZI il concetto di MATIMONIO è sottoposto a un'evoluzione sociale culturale che incide anche sulle norme giuridiche che lo regolano, come è evidente dalle soluzioni trovate da diversi paesi europei dalla cultura giuridica "affine" alla nostra.
Esiste invece un preciso diritto delle coppie omosessuali a vedere riconosciuta e tutelata la loro condizione. Diritto che chiama in causa la discrezionalità del legislatore sui modi di garantirlo (con il matrimonio e/o altri mezzi) ma non più sulla opportunità o meno di farlo.

Da qui, da subito possiamo ripartire. Anche sottolineando una cosa. Alla sentenza del 14 si è giunti per l'azione di qualche decina di coppie coraggiose e determinate in giro per l'Italia (che dobbiamo tutti ringraziare) e dalla volontà e impegno di due associazioni "giovani" ma intraprendenti: Rete Lenford e Certi Diritti.

Quest'azione nel suo complesso non è stata sostenuta con enorme entusiasmo dalla gran parte del movimento glbt, Non ha visto mobilitazione di massa né tra gay e lesbiche e neppure nella società civile più attenta alla questione (senza il cui appoggio difficilmente otterremo mai risultati tangibili). Anche per noi, insomma, un'occasione perduta di dibattito, sensibilizzazione e unità di intenti su un punto che sicuramente non è l'unico e per molti neppure il più importante della nostra agenda, ma che potrebbe essere sicuramente un obiettivo unificante e simbolicamente decisivo.

venerdì 16 gennaio 2009

Dove va il PD?

La navigazione del Partito Democratico non è mai stata tranquilla. Investito ancor prima del suo battesimo ufficiale da una notevole attenzione mediatica e da una crescente aspettativa dell’opinione pubblica, il Partito, nato dalla fusione di DS e Margherita, ha affrontato pericolosamente il suo primo anno di vita, ma il suo profilo politico appare sempre più opaco e confuso e la crisi latente della leadership è ormai sotto gli occhi di tutti.
I primi problemi vengono alla luce dalla sconfitta elettorale di aprile scorso che ha nettamente indebolito il segretario Veltroni appannandone la sua immagine pubblica di leader vincente e, di conseguenza, il suo ruolo e la sua capacità interna di tenere saldamente assieme le diverse anime di un partito ancora poco coeso. La sua linea eccessivamente morbida e accomodante nei confronti di Berlusconi avversario alle elezioni e, quindi, Presidente del Consiglio, è stata criticata sempre più aspramente, prestando facile fianco alle critiche di Di Pietro e della Sinistra rimasta fuori dal Parlamento e ridando respiro ai suoi tanti oppositori interni, che alle primarie dell’ottobre 2007 si erano dovuti piegare all’onda della sua popolarità. Tanto più che questa strategia del dialogo si è rivelata infruttuosa sia sul piano del consenso elettorale sia sul piano del miglioramento effettivo delle relazioni maggioranza-opposizione, come dimostra l’incapacità di influire realmente sulle scelte principali del Governo e di aprire un serio tavolo di concertazione sulle principali questioni di interesse comune - Alitalia, la crisi economica, le riforme costituzionali, la giustizia – e come certifica l’atteggiamento sempre più sprezzante di Berlusconi, che, non contento dei sondaggi decisamente favorevoli, non perde occasione per sbattere platealmente in faccia le porte a Veltroni e al PD.

Su quasi tutti i provvedimenti governativi che hanno suscitato critiche o perplessità - come il Lodo Alfano e i progetti di riforma della giustizia, i tagli e la riforma della scuola, gli interventi pesanti in materia di sicurezza e libertà personali, la gestione del passaggio di mano di Alitalia - l’opposizione offerta dal PD è stata blanda e poco incisiva, sempre surclassata in visibilità, incisività e chiarezza dalle vivaci iniziative dell’Italia dei Valori. Anzi, proprio i rapporti sempre più controversi con il partito di Di Pietro sono diventati presto un altro nodo problematico sull’agenda di Veltroni, combattuto tra la salvaguardia di un alleanza sempre più litigiosa e problematica e le sirene berlusconiane che puntano a escludere dal confronto parlamentare un personaggio scomodo attraverso l'accusa di “massimalismo” o “giustizialismo”. Così, mentre il PDL riprende a esercitare una capacità attrattiva, il PD si divide persino nella gestione delle alleanze che gli sono comunque indispensabili per sperare di vincere le prossime tornate elettorali amministrative. Mantenere in piedi il difficile rapporto con Di Pietro, che grazie ai suoi toni più marcati, drena consensi proprio al PD? Riaprire al variegato mondo di una Sinistra in cerca di autore? Oppure spostarsi ulteriormente verso il centro alleandosi con l’UDC di Casini?

A ben guardare però i problemi del Partito Democratico, compreso il nodo delle alleanze, affondano le sue radici in una serie di questioni mai risolte e legate alla sua stessa origine. In primo luogo, l’unione di DS e Margherita non sembra originata da una reale condivisione di ideali e cultura politica, ma, semmai dalla convinzione strategica di voler creare una forza con “aspirazione maggioritaria” capace di conquistare e gestire il potere marginalizzando gli alleati scomodi dei partitini di sinistra e, in parte, di centro. Questa scelta è stata gravida di conseguenze quasi sempre negative per il PD. Molte scelte centrali, come quelle legate alle questioni etiche, alla laicità, ai diritti civili che di solito sono fondamentali per dare un definito profilo identitario a una formazione politica, sono diventati dei veri e propri tabù sui quali non si è più in grado di pronunciarsi e regna una pace armata tra l’anima social-riformista e l’anima cattolica (TeoDem) e popolare. Allo stesso modo, è diventato assai difficile dirimere la questione della collocazione europea tra le fila del PSE. Al punto che al momento le opzioni un po’ surreali sono quelle di creare un nuovo gruppetto europeo alleato o federato al PSE o, addirittura di lasciare liberi gli eletti del PD di andare a collocarsi nel gruppo che più ritengono opportuno nel Parlamento europeo, andando probabilmente a sparpagliarsi tra PSE, Popolari Europei e ALDE. Ma su quasi tutte le questioni grandi e piccole si registra nel PD o una varietà di posizioni e sfumature da torre di Babele o per l’inverso l’appigliarsi a formule tanto vaghe e fumose da risultare concretamente incomprensibili, come, ad esempio sulla riforma della giustizia, sulla quale le dichiarazioni del PD si limitano a un richiamo di rispetto del dettato costituzionale senza lasciare intendere quali siano poi le proposte e le soluzioni concretamente sostenute.
L’eredità della fusione lascia anche a tutti i livelli, dalla periferia al centro, una dirigenza pletorica presso la quale regna ancora, a oltre un anno dalla nascita, la logica della spartizione paritaria delle posizioni tra ex Ds ed ex Margherita, per non parlare delle ulteriori divisioni correntizie tra Dalemiani, Veltroniani, Rutelliani, Prodiani, e via dicendo, capaci di offrire uno sconfortante spettacolo di divisioni le cui ragioni di contenuto politico, ove esistono, appaiono poco leggibili agli elettori e persino a molti militanti, dando quindi l’impressione di un permanente contrasto interno per le posizioni e per il potere che disorienta persino gli osservatori più attenti. In questo quadro fosco i decantati strumenti di democrazia interna, quali le primarie, sono diventati oggetto di contesa, applicati di malavoglia o a macchia di leopardo, oppure trasformati in meri strumenti di investitura delle scelte già calate dall’alto. Finanche la continua riproposizione da parte della stampa dell’eterno confronto, vero o presunto, tra Veltroni e D’Alema (già visto nei Ds degli anni ’90) diventa più che altro il simbolo e la rappresentazione di un partito che non riesce a proporre soluzioni alternative ai tanti problemi italiani e che si ripiega su se stesso, si parla addosso ed è incapace di rinnovarsi e proporre all’attenzione dei media una nuova leadership.

Le complicazioni più grosse alla navigazione del PD, però, stanno venendo da quelle che fino a qualche anno fa erano il fiore all’occhiello del Centro Sinistra: le amministrazioni locali. I primi problemi sono emersi già durante la campagna elettorale con la questione della spazzatura napoletana per settimane sulle prime pagine dei giornali e il presidente della Regione Campania, Bassolino, sul banco degli imputati. Poi, il primo durissimo colpo è giunto sin da subito con le elezioni di primavera e la perdita di Roma, già governata proprio da Veltroni, la sconfitta del rientrante Rutelli e il trionfo di Alemanno. Una batosta psicologica e di immagine che ha lasciato lunghi strascichi e recriminazioni, perché al centro delle critiche è stata messa proprio la gestione dello stesso sindaco Veltroni, con l’enorme debito della città sbandierato come un trofeo dal vincitore, la questione aperta del cosiddetto sacco edilizio delle periferie, e la psicosi sicurezza utilizzata come testa d’ariete. Insomma quel modello Roma che era quasi il simbolo dell’ascesa veltroniana si è improvvisamente sgonfiato come si trattasse solo di una delle colossali scenografie di Cienecittà, tramutandosi in un vero e proprio boomerang.

Quindi sono arrivate anche le inchieste giudiziarie a travolgere prima la Regione Abruzzo governata da Del Turco – subito dimessosi - e poi a colpire pesantemente diverse amministrazioni locali simbolo, da Napoli, alla Campania di Bassolino, a Perugia, a Pescara, alla Firenze di Dominici e delle ordinanze anti accattonaggio. Uno tsunami giudiziario che rischia di scompaginare definitivamente il neonato Partito Democratico privandolo delle leadership locali e di ogni residua credibilità e superiorità morale. Tanto che lo stesso Berlusconi, col fiuto politico che gli è proprio, si è fiondato su questa nuova emergenza dichiarando che nel PD è aperta una “questione morale”. La verità è che, al di là della effettiva consistenza e del corso che faranno queste vicende giudiziarie, nel momento in cui a guidare l’azione degli amministratori e dei leader politici non ci sono più né forti motivazioni ideali o etiche, né lo spirito di servizio verso i cittadini, ma semplicemente la ricerca del potere per se stesso e per la sua gestione, che sembra essere l’unico collante del PD, è inevitabile che anche i sindaci perdano il contatto con la dimensione reale dell’amministrazione, puntando alla gestione del consenso elettorale, e personale, attraverso un esercizio feudale del potere, con la concessione di regalie e la costituzione di reti e intrecci di potere politico-economici che facilmente assumono contorni opachi, politicamente e moralmente condannabili o equivoci. Comunque vadano a finire queste inchieste si può esser certi che anche la positiva “stagione dei sindaci” volge a rapida conclusione.

A questo punto il Partito Democratico non più attendere nel concludere la fase costituente e nel definire un rapido cambio di rotta che chiuda questa empasse negativa. La soluzione probabilmente più radicale, traumatica e difficile, ma forse l’unica in grado di dare una vera svolta, sarebbe quella di un congresso anticipato a prima delle elezioni europee di giugno, con le dimissioni di Veltroni, che si è dimostrato nei fatti incapace di traghettare il Partito in questa fase così difficile.

Anche questo potrebbe non bastare perché è dubbio che un leader nuovo, privo anche del carisma e dell’investitura dal basso di cui godeva l’ex sindaco di Roma alle primarie di ottobre 2007, possa riuscire laddove un leader navigato ha fallito. Ma il primo vero test elettorale quello della regione Abruzzo tornata alle urne dopo le dimissioni di Del Turco, è un chiaro campanello di allarme.

Se Veltroni terrà testa alle critiche e alle avversità ad attenderlo c’è l’importante prova elettorale delle europee, e certamente, in vista di quell’appuntamento, dovrà mettere in campo una nuova strategia e un rilancio dell’azione politica del Partito. Quella sarà inevitabilmente la sua ultima prova di appello. Se riuscirà a riportare il PD sopra il 30% potrebbe riuscire a placare le critiche e, quindi, a riprender un percorso che al momento sembra essersi interrotto, viceversa, una nuova sconfitta potrebbe mettere la parola fine alla sua esperienza come segretario e, non è da escludersi, anche a quella del Partito. Se i risultati fossero particolarmente negativi, infatti, la difficile convivenza delle sue diverse anime potrebbe facilmente trascendere in una guerra aperta di tutti contro tutti di cui l’unico vincitore certo sarebbe ancora Berlusconi.

Andrea Maccarrone
(Articolo pubblicato su Progress on line)

domenica 9 novembre 2008

Cossiga, Ministro della Paura

L'età che avanza gioca brutti scherzi, anche a Francesco Cossiga, che nonostante le polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni su come gestire le manifestazioni degli studenti attraverso degli infiltrati che generino violenze e tensioni a comando, torna ancora, in una lettera aperta, sull'argomento e si scatena in considerazioni cinico-criminali pesantissime.
Se non stessimo parlando di un ex Presidente della Repubblica, ancora senatore a vita, ministro dell'intero e influente esponente politico proprio negli anni di piombo, potremmo appellarci alla semplice demenza senile. Qui, anche a voler togliere alle farneticazioni cossighiane valore programmatico per il futuro prossimo (e mi auguro che né il Ministro dell'Interno né il capo della polizia vogliano minimamente prenderle in considerazione), ci troviamo quanto meno a un'inquietante ricostruzione a posteriori della sua politica proprio negli anni di piombo.
A voler pensare che il Cossiga ministro si sia mosso sulla falsa riga di quanto oggi consiglia c'è materiale per storici, e tribunali.
A questo punto tra infiltrati e gestione, induzione della paura, è da ritenersi che l'azione di Governo in quegli anni non fu neutra e neutrale (e per molti non sarebbe una sorpresa!), ma avrebbe generato e alimentato la paura e la tensione e soffiato sul fuoco della violenza per giustificare e rendere socialmente accettabili interventi repressivi delle polizia e politiche antilibertarie di restrizione delle libertà civili.
Di più, sarebbe stato di fatto come minimo spettatore interessato quando non corresponsabile o addirittura attore e istigatore, attraverso degli infiltrati, di violenze e distruzioni e delle vittime che ne fossero derivate. Un vero capovolgimento di quello che ci si aspetterebbe da uno Stato democratico e di diritto.

Tornando all'attualità, Cossiga afferma senza mezzi termini che "Un'efficace politica dell'ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti". Naturale quindi la critica alla gestione delle tensioni che hanno toccato le manifestazioni studentesche di questi ultimi giorni in cui la polizia avrebbe commesso "un grave errore strategico" nel reagire con "cariche d'alleggerimento, usando anche gli sfollagente e ferendo qualche manifestante". La tattica suggerita dal ex presidente è piuttosto di disporre "che al minimo cenno di violenze di questo tipo, le forze di polizia si ritirino", lasciando il campo alle violenze e alle devastazioni: "l'ideale -afferma - sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita". Certo immaginare qualche arma da fuoco nelle mani degli studenti che manifestano per la scuola è per lo meno avventuroso... A meno di non collegarsi anche alle dichiarazioni precedenti sugli infiltrati sobillatori e violenti!
L'obiettivo di questa politica è chiaro e dichiarato: "La gente deve odiare i manifestanti". Una situazione che farebbe crescere fra la gente "la paura dei manifestanti e con la paura l'odio verso di essi e i loro mandanti o chi da qualche loft, o da qualche redazione, ad esempio quella de L'Unità, li sorregge". Anzi ancora meglio se ci fossero danneggiamenti alla sede dell'arcivescovo di Milano o a qualche sede della Caritas o di Pax Christi (si sa, la condanna papale sarebbe di grande aiuto per benedire e accrescere il consenso sulla mano forte della polizia). Ma quando passare all'azione? "Io aspetterei ancora un po' - continua Cossiga - e solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di Bella ciao, devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell'ordine contro i manifestanti". (articolo su Repubblica)
Prima ancora di ogni altro commento mi viene da pensare che Machiavelli a confronto sembrerebbe un'educanda. Un politico che si dice cattolico, difensore dell'embrione, della famiglia tradizionale uomo-donna, della vita e compagnia bella, ha, in verità, una concezione della vita e del suo valore di un cinismo vomitevole, per cui pur di perseguire il suo disegno di paura e repressione ci starebbero bene vittime, magari vecchi, bambini o donne, e anche un morto tra le forze dell'ordine, quelle stesse, che nella sua mente criminale dovrebbero poi reprimere pesantemente i manifestanti spinti, immagino, anche dalla rabbia e dalla voglia cieca di vendetta! Per Cossiga, ex ministro dell'interno, anche la vita dei "suoi uomini" non ha valore e può essere messa volentieri sul piatto della bilancia di un disegno reazionario. Del resto chi sono praticamente i poliziotti? Lo diceva anche Pasolini... poveri meridionali che non trovano altri lavori più gratificanti sicuri e remunerativi, anch'essi vittime "sacrificabili" di un sistema. Una vera guerra tra poveri in cui a uscirne rafforzato sia chi detiene il potere contro ogni possibile cambiamento e contro ogni minimo dissenso.

Una domanda sorge spontanea. Ma in questo caso il ruolo delle forze della polizie sarebbe garantire l'ordine pubblico, la libertà di manifestare, la sicurezza di manifestanti e di tutti gli altri, o piuttosto quello di reprimere violentemente il dissenso al governo facendo anche in modo che questo avvenga con un consenso generale e ignorante frutto della paura?
Nel secondo caso stiamo parlando di un regime parafascista e di polizia non di una democrazia e noi tutti dovremmo arrossire ad avere avuto Cossiga come Presidente della Repubblica.
Al confronto le battute di Berlusconi sull'abbronzatura di Obama sono solo tragicomiche barzellette da avanspettacolo.

lunedì 27 ottobre 2008

I vote Paris Hilton

Dopo il primo video Presidenziale, in cui Paris Hilton rispondeva per le rime a John McCain, l'eccentrica ereditiera fa il bis con un videoclip "elettorale" che la propone come nuova "Commander in Bikini", visone della politica certamente meno militarista del classico "Commander in Chief".
Paris for President, mette in rima le "sue ricette per l'America". Tra le altre "You can get married if you are straight or if you are gay" (puoi sposarti sia che tu sia etero sia che tu sia gay) detto così, semplice semplice con la naturalezza di un'ovvietà che blasonati politici e governanti di tutto il mondo stentano a comprendere. Complimeti, fosse possibile la prenderemmo volentieri anche al posto di Berlusconi o Veltroni, anche, se temo, trasferirebbe la sede del governo alla fashion week milanese...

Abile azione di marketing, autoironia, egocentrismo, superego, divertimento?
Qualunque sia il movente sembra che da oggi gay ed etero possano trovarte una "convergenza" (per diversi motivi ovvimanente...) sulla Hilton!

I vote for Paris!

Altra frase cult? "America should put me in charge, look at Bush cannot be so hard!" (L'America dovrebbe dovrebbe eleggermi, guardate Bush non può essere poi così difficile).
A pensarci bene è proprio vero che anche un cactus o una zucchina sarebbero meglio di Bush, se non altro la Hilton è più piacente (e anche lì non è poi un grande sforzo, nonostante le dichiarazioni d'amore del nostro Presidente del Consiglio Berlusconi)!

martedì 7 ottobre 2008

Imma-tura, Imm-odesta Battaglia: puntata 1

Premetto che se finalmente mi sono deciso a scrivere di Imma Battaglia (so che per la sua ironia non se la prenderà per il titolo che vuole solo essere sarcasticamente provocatorio) e delle sue ultime dichiarazioni a mezzo stampa non è per evidenziare una divisione che è nei fatti e nei comportamenti concreti più che nelle parole, né per polemizzare a vuoto.
La ragione che mi muove è il desiderio di fare chiarezza su alcuni punti che giudico in modo critico e anche la sensazione che il suo posizionamento politico e ancor più il tipo di comunicazione e di messaggi politici che invia non sono innocui ma molto dannosi per tutto il movimento e per le persone gay, lesbiche e trans in Italia. Ciò non vuol dire che non riconosca validità ad alcune delle sue intuizioni, ma valuto in modo decisamente negativo l’impatto complessivo. Inoltre condivido pienamente quanto, prima di me ha detto Rossana Praitano sulla questione dell’Atto D’Amore e del confronto con Rotondi, per cui non mi dilungherò molto su quest’aspetto.
Per motivi di lunghezza divido questo intervento in due post successivi. Il Prossimo (più lungo) sarà messo on line domani intorno alla 12.

Le radici recenti della recente esplosione comunicativa di Imma Battaglia risalgono alle scorse elezioni, quando in seguito alla vittoria di Alemanno al Campidoglio e dell’ascesa di Berlusconi a Palazzo Chigi, ha deciso di prodursi in una nuova capriola politica con una decisa apertura di credito alla Destra di Governo e l’intenzione di cavalcare il nuovo clima anche culturale.
Fin qui niente di male, se non fosse che questa apertura, da subito, non si traduce in un semplice e legittimo desiderio di dialogo o collaborazione o di processo di conoscenza reciproca con le istituzioni sul fronte dei diritti ma anche in una decisa ritirata sul fronte argomentativo e delle proposte.
In pratica per dialogare a Destra, Imma fa mostra di rinunciare preliminarmente, unilateralmente (cioè senza immediate, contropartite politiche) e senza condizioni a delle richieste e delle posizioni. In questo quadro matura la fuoriuscita dal tavolo del Pride e dal suo documento (percorso che fino a pochi giorni prima si era condiviso) perché troppo “antagonista” (la parola Testardamente proprio non andava bene, chiamare le cose con il loro nome e cognome neppure, etc.). Laddove riproponeva la medesima piattaforma dell’anno precedente.
Si stenta a credere che la stessa donna che dal palco del Pride 2007 ruggiva un aggressivo e decisamente impolitico “PRODIIII , GRASSSO DI MMERDAAA” si sia trasformata nel giro di una semplice settimana elettorale in una diligente YES WOMAN d’anticamere ministeriali.
Per inciso in quel discorso si rivolse anche a Rutelli "ci devi conquistare". E poi a valutare la coerenza dei comportamenti non sembra che il Rutelli candidato alla poltrona di Sindaco abbia faticato molto a conquistarsi il suo appoggio.
Nel momento in cui persino una stampa spesso distratta registra un clima di violenza omofoba (e razzista) a Roma, la Battaglia si affretta a dire che non è vero che c’è l’omofobia a Roma e per dimostrarlo basterà la presenza del sindaco Alemanno alla chiusura del suo Village. Ci sembra di capire, peccato per qualche testa rotta che sta nell’ordine naturale delle cose. Mentre concordo pienamente con chi giudica inaccettabili, oltre che inutili, le richieste ai locali di Via San Giovanni in Laterano di guardie e sicurezza private, che ovviamente non risolvono il problema e vanno nella direzione del farwest della sicurezza promosso, ad esempio, dalla Lega.
In questa direzione anche le recenti affermazioni simil-Carfagna sull’editoriale di Merlo in cui, per criticare, in parte anche a ragione, un certo vittimismo del movimento, arriva a sostenere che in Italia non ci sono discriminazioni verso i gay ("Non se ne può più di questo bisogno di urlare una condizione che è normale, non ha nulla di particolare e che, detto seriamente, non subisce alcuna vera discriminazione".), sorvolando del tutto sui toni decisamente omofobi del giornalista che colpevolmente confondeva affetti e legami familiari con perversioni privatissime su cui non soffermarsi morbosamente. In nome di una pretesa normalità anche Imma nega a quel piccolo sfortunato nucleo familiare di essere menzionato come si farebbe se anziché ad essere due uomini e un bambino fossero stati un uomo, una donna e un bambino. Non è vittimismo denunciare in modo chiaro discriminazioni e omissioni della stampa né reagire con dignità e forza a un attacco senza precedenti mirante spudoratamente a giustificare un indecente e miope perbenismo di Repubblica. Ma su questo altri hanno già scritto meglio di me…
Poi ecco sbandierare un incontro con il Ministro Rotondi, impegnato a compilare una breve lista della spesa di diritti e doveri delle coppia (DiDoRe - leggete cosa ne pensano ElfoBruno e AnellidiFumo) per offrirgli il sostegno e l’appoggio che il resto del movimento non sarebbero pronti a dare loro. E soprattutto per presentargli la sua proposta: Atto d’Amore. Uno scarno contrattino predisposto dai suoi legali per aiutare le coppie che vogliono sistemare la loro situazione comune “a norme vigenti”. Il messaggio che ci sembra leggere al di à del tanto fumo? “Non abbiamo bisogno di parità, dignità e laicità (slogan ormai troppo antagonista?), ma siamo disposti a prenderci qualsiasi cosa facciate purché sia. Anzi, tutto sommato anche con le leggi vigenti, grazie alla mia strepitosa lungimiranza e ai miei super legali, ci siamo arrangiati bene se volete fare qualcosa che rimetta un po’ di ordine in quel che già c’è va benissimo, altrimenti se ci ricevete qualche altra volta a prendere il tè assieme va bene uguale”.
Preciso che muovo questa critica considerando il desiderio dei ministri Rotondi e Brunetta ad impegnarsi sul fronte delle unioni di fatto positivamente e la risposta che sembra ventilata del tutto inadeguata, soprattutto per le coppie omosessuali. L'atteggiamento di Battaglia invece è del tutto negativo perché isolato, ingenera divisioni, non mira a migliorare in alcun punto la proposta ed è in contro tendenza rispetto alla chiarezza e pienezza delle richieste
Insomma tre anni di mal-di-pancia per far passare il movimento a chiedere finalmente piena equiparazione degli istituti giuridici mandati alle ortiche con un gesto, in nome di una presunta trasversalità politica, bruciati sull'altare di un presunto dialogo. Quello che forse Battaglia non coglie è che va bene il dialogo con tutti, trasversale, aperto, soprattutto con le istituzioni, se queste si dimostrano sensibili e disponibili. Ma dialogo a destra e a sinistra non può significare dire a ciascuno quel che si vuole sentir dire per il semplice piacere di accreditarci e farci dire bravi!
Piuttosto penserei ad una piattaforma chiara, completa, dettagliata e anche argomentata e sottoposta a tutto il mondo politico destra e sinistra. Una piattaforma che rappresenti per noi il punto più alto e pieno delle nostre rivendicazioni e che funga da punto partenza e unità di misura per il confronto per capire in che direzione ci si muove e per valutare l'impatto dei provvedimenti proposti.
Forse siamo noi comuni mortali a non avere chiaro qualcosa, ma non ci è sembrato che da parte sua si sia fatto questo. Quello che abbiamo visto è stata una corsa solitaria (staccata da tutto il resto del movimento) ad accreditarsi e a caccia di visibilità politica e mediatica. Una corsa che non sembra portare risultati concreti se non quello solito di fare apparire il movimento diviso e incapace di visione comune, indebolendone quindi qualsiasi posizione contrattuale.
Considerato ciò, nella assoluta incomprensibilità di un disegno politico è inevitabile che prendano corpo e voce anche i peggiori sospetti. Continua…

sabato 20 settembre 2008

La lunga notte di Catania


Come tutti gli emigranti, pur rientrando regolarmente nella mia città, l'ultima volta meno di una settimana fa, conservo di Catania un ricordo e una considerazione romantico-melanconico, legata com'è a tutti gli anni della mia prima giovinezza e ai tanti affetti che ci vivono.

Proprio per questo non posso che guardare con amarezza e dispiacere alla situazione in cui versa, non solo dal punto di vista finanziario (Come denuncia oggi il Corriere della Sera), ma anche politico, sociale, culturale.

In particolare la profonda crisi finanziaria che rischia di portare Catania al fallimento è solo uno dei tanti sintomi di una condizione di smarrimento ben più ampia. Così come il buio delle strade - non più illuminate perché l'Enel, stanca di aspettare il pagamento del conto cittadino, ha deciso di interrompere l'erogazione dell'energia in ampie aree del territorio comunale, soprattutto quartieri periferici e a rischio - è un simbolo delle "notte" in cui è precipitata la città (foto del centro di Catania al buio da http://blog.lasiciliaweb.it/).
Quello che si è creato nella città etnea, infatti, è un vero blocco di potere che ha portato e mantenuto al governo municipale per 8 anni il medico personale di Berlusconi, Scapagnini, e quindi un successore della stessa coalizione (Stancanelli), eletto con percentuali bulgare nonostante il dissesto e la pesante situazione dei servizi pubblici. Una condizione di decadenza che porta tutti i catanesi, indistintamente, a lamentarsi dell'amministrazione, salvo poi riconfermare alla stessa parte politica la propria fiducia con margini spaventosi sia al Comune, che alla Provincia, alla Regione e al Parlamento.
Questa coincidenza si spiega in parte, forse proprio con gli enormi sprechi dell'amministrazione, che ha potuto riversare un fiume di denaro su dipendenti, consulenze (spesso discutibili, come mostra l'articolo del Corriere), cooperative...
Nell'articolo si legge, tra l'altro, che Catania ha un dipendente comunale ogni 72 abitanti; unite a questi i vari consulenti esterni, le cooperative beneficiate, le clinicotte, e rispettivi dipendenti, moltiplicate pure per i componenti delle loro famiglie, e per gli amici e gli amici degli amici e capite facilmente su quale blocco sociale è andata a sostenersi questa maggioranza.
Una situazione che vede nell'attuale Presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, una chiave di volta e di potere stupefacente, capace di intessere e creare una base di voti localizzata proprio nella provincia di Catania che dovrebbe lasciare per lo meno perplessi. Come mai l'MPA è tanto forte a Catania e solo a Catania? sono i disastrati catanesi veri fautori di una "autonomia"? Come ha fatto Lombardo a crearsi un potere quasi feudale o baronale basato su un consenso personalizzato simile a quello che i Notabili ottocenteschi potevano garantirsi, (con bacini elettorali, però, ben più ristretti)?
Io non vivo da 10 anni a Catania e queste sono domande a cui non so dare risposte, ma me le faccio e secondo me farebbero bene a farsele anche i catanesi, le forze di opposizione a Catania, e magari anche qualche magistrato.
Al di là di tutto ci stanno sicuramente pesanti responsabilità politiche e gestionali per un dissesto senza precedenti. Ed è stupefacente il coraggio con cui il principale artefice di ciò, l'ex Sindaco Umberto Scapagnini, (adesso comodamente e sorprendentemente promosso allo scranno senatorio) si chiama fuori scaricando le responsabilità sulla Corte dei Conti e sull'amministrazione Bianco conclusasi nel 2000 ben 8 anni fa. Quando si dice le facce di bronzo!
Berlusconi e il suo Governo dovrebbero avere maggiore rispetto per i propri elettori (almeno per loro, non dico per tutti i cittadini italiani, che sarebbe troppo), e per le loro intelligenze.
A questo punto, con tutta la considerazione per il volenteroso Stancanelli - che ha ereditato questa situazione - l'unica credibile soluzione è forse un commissariamento e una bella inchiesta che stabilisca dove sono finiti i soldi dei catanesi e degli italiani e faccia pagare chi ha, per lo meno, mal gestito!
Quanto ai catanesi è ora che si scrollino di dosso il torpore sonnolento e individualista di chi punta a tirare avanti guardando solo ai propri interessi e riscoprano un po' di orgoglio collettivo e di capacità di reazione.
Qualità che covano sotto la pelle spessa del carattere dei suoi abitanti come la lava che si ingrotta uscendo bollente e furiosa più a valle oc ome il suo mitico fiume sotterraneo, Amenano, che facendosi strada nel sottosuolo lavico della città riesce a raggiungere il mare.
Catanesi, risvegliatevi, mandate a casa chi vi ha portato in questa situazione umiliante e disastrosa, cacciate i briganti e i predoni e riprendetevi in mano il vostro futuro.

giovedì 5 giugno 2008

NEGATA DEFINITIVAMENTE PIAZZA SAN GIOVANNI AL ROMA PRIDE! ovvero la favola del Lupo e dell'Agnello

La decisione che sembra definitiva da parte della Questura, della Prefettura e delle varie istituzioni di negare l'arrivo del Pride a Piazza San Giovanni è di una gravità incredibile anche se forse non a tutti percepibile in modo lampante.
Dietro scuse tecniche, come l'incrociarsi di orari per l'arrivo della manifestazione in piazza e l'inizio di un concerto corale dentro la Basilica di San Giovanni, sembrano celarsi ben altre considerazioni di natura decisamente discriminatoria proprio verso la manifestazione del Pride, verso "i froci" che vogliono ancora arrivare nella "sacra piazza".
In particolare se la decisione finale è stata presa dal Comitato di Sicurezza, come sembra, la responsabilità ricade direttamente sul Governo, proprio il nuovo governo Berlusconi che ha fatto della sicurezza appunto le sua bandiera, adatta a coprire e nascondere un po' tutto, razzismo, xenofobia, omofobia. Lo stesso Governo in cui la Ministra per le Pari Opportunità Mara Carfagna ha detto che in Italia non esistono discriminazione per la popolazione gay, lesbica e transessuale si fa attivamente agente di discriminazione (forse per dare un po' di lavoro alla superficiale collega?).
Negare una piazza ad una manifestazione per la banale ragione che in una chiesa prospiciente si svolge un coro è una decisione senza precedenti, che personalmente giudico illegittima, che oggi colpisce il Pride, ma va a costituire un precedente grave per la salute democratica del Paese e insieme un termometro del pericoloso clima sociale, politico e civile che stiamo vivendo.
Per questo credo, con forte rammarico, che noi non abbiamo fatto abbastanza per tenere la posizione. Condivido la posizione espressa nel Comunicato del Circolo Mario Mieli, in molti punti, ma non nella decisione (per quanto obbligata) di di scegliere e indicare un altro percorso. Questa infatti costituisce l'accettazione umiliante di un sopruso e in tutta sincerità non mi sembra che abbiamo fatto abbastanza per difendere le nostre ragioni.
Sembra la favola del lupo e dell'agnello. A nostro favore ci stava soltanto la ragione, ma nessuna iniziativa forte e decisa a difenderla: perché mai la Questura e il Prefetto avrebbero dovuto recedere da una posizione, per quanto pretestuosa, se a difenderla non c'erano che scarni comunicati di una piccola associazione romana e nessuna protesta, nessuna attenzione forte dei media e dell'opinione pubblica, nessuna sollevazione civile, nessun caso politico?
Accettare che una piazza ci venga negata di fatto perché siamo "froci" è veramente la negazione dell'orgoglio per cui dovremmo manifestare, una sconfitta (anche se in cambio ci avessero offerto Piazza San Pietro) che paghiamo e pagheremo in futuro con altri dinieghi, altre umiliazioni.
Per questo non verrò ad un Pride umiliato, o forse verrò solo alla partenza ma non andrò fino all'arrivo. Per protesta, anche contro me stesso!
Per concludere dico che condivido alla lettera quanto scrive Elfobruno sull'argomento, salvo forse alcuni troppo poco generosi riferimenti personali, e riporto in calce per intero il comunicato del Circolo Mario Mieli.
4 giugno
NO DEFINITIVO A SAN GIOVANNI
Si è svolto stasera in Prefettura un incontro tra il Prefetto
di Roma e Rossana Praitano, Presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario
Mieli, organizzatore del RomaPride 2008, alla presenza del Deputato Anna Paola
Concia, di Sergio Rovasio dei Radicali e di Saverio Aversa di Rifondazione
Comunista.Il Prefetto ha comunicato alla delegazione l’impossibilità di far
arrivare il corteo del 7 Giugno in Piazza San Giovanni, decisa dal Comitato di
Sicurezza che si è riunito oggi.
Il Mario Mieli si dichiara stupefatto perché la
decisione è del tutto priva di buonsenso.
Testardamente abbiamo combattuto fino alla fine;
siamo stati sconfitti dalla cecità di chi non ha compreso la gravità etica e
politica di negare una piazza per motivi risibili.
Testardamente il RomaPride si svolgerà ugualmente e in
maniera pacifica, perché così è nella sua natura. Studieremo il percorso
alternativo da presentare domani alla Questura.
Riteniamo sconcertante l’accaduto perché è un’offesa per
tutta la comunità lgbt ed una ferita inferta alla dmocrazia. Proprio per
questo, oltre che per le giuste rivendicazioni di piena cittadinanza di gay,
lesbiche, bisessuali e trans, chiediamo a tutte/i di partecipare in massa
all’evento del 7 giugno per dimostrare solidarietà e dire no a questa
ingiustizia.
Presidente Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli

martedì 15 aprile 2008

Waterloo, Caporetto: Più buio che a mezzanotte non può fare!

Come Waterloo per Napoleone, la fine di un'ultima speranza, come una Caporetto.
Inutile negare la sconfitta di tutta la Sinistra, del Centro Sinistra; partiti cancellati, speranze deluse, l'Italia saldamente nelle mani di Berlusconi e la Sicilia nelle mani del mio concittadino Raffaele Lombardo che straccia al primo turno la generosa Anna Finocchiaro, quindi in una pessima linea di continuità con amministrazioni di centro destra che la stanno di anno in anno saccheggiando distruggendone il tessuto sociale, economico e la dignità.
Il Parlamento italiano, la politica italiana, escono rivoluzionati dal voto. Quello che tanti auspicavano da anni, ciò una decisa semplificazione del panorama partitico del Parlamento è piombato come un terremoto in parte atteso, in parte sopra ogni aspettativa. Esito di scelte politiche, legge elettorale, errori di comunicazione.
Il vero risultato inaspettato è stata la completa e imprevedibile debacle della Sinistra L'Arcobaleno che riduce di due terzi i voti rispetto a soli due anni fa e per effetto del quorum del 4%, non raggiunto, scompare dal Parlamento, sia dalla Camera e del Senato. Bertinotti ha già annunciato il ritiro, una leadership verrà spazzata via , in quanto la Sinistra passa dal oltre 100 parlamentari a 0 in due giorni, una parte proverà a ricostruire una sinistra dalle macerie, una parte si riavvicinerà al PD.
Resta il fatto che nell'attuale panorama parlamentare italiano non si trova più alcuna forza inequivocabilmente di sinistra e tutto un mondo non ha più alcun punto di riferimento. Una storia fatta di lotte, di presenza ininterrotta nelle istituzioni, di rapoporto con il terriotorio , di ambientalismo diventa extraparlamentare. Al di là di ogni faziosità o partigianeria questo è un fatto innegabile e largamente negativo per tutto il Paese (come ha riconosciuto persino Fini).
Anche il PS, come largamente previsto però, non entra in Parlamento e di conseguenza, giustamente Boselli si dimette. Quindi, oltre a perdere la Sinistra si perde ogni traccia di forza laica organizzata e il Parlamento eletto oggi è il più clericale dai tempi dell'unita d'Italia ad oggi (inclusi i parlamenti "eletti" nel ventennio fascista). Inoltre, da oggi l'Italia, unico tra i grandi paesi d'Europa non ha un partito socialista in Parlamento che si riconosca interamente del PSE.
Onore a Bertinotti e Boselli che non solo riconoscono la cocente sconfitta ma ne traggono le conseguenze come avverebbe altrove ma raramente avviene alle nostre latitudini. Con le loro dichiarazioni puntuali e il loro stile composto vista la situazione danno una lezione di etica politica a tutti noi e dovrebbero essere imitati anche da altri leader di quelle forze, per facilitare un rinnovamento necessario alla rinascita.
Chiaramente, nessuno di noi, nessuno, si rassegnerà a questa dimensione politica e da oggi stesso si farà autocritica e ricominceremo a lavorare nel nostro piccolo, anche semplicemente nelle nostre famiglie nel cerchio delle amicizie, a ricostruire un'alternativa laica e di sinistra che sia innanzitutto culturalmente praticabile.
Il PD rimane per il momento quello che abbiamo criticato, spostatosi com'è verso destra con forti venature clericali, non ha vinto, ha perso male anche in molte regioni dove poteva sperare e non avrà nessun pungolo parlamentare alla sua sinistra come speravo. Ha mantenuto la posizione attraendo il voto utile, o disperso da sinistra, senza alcun vero sfondamento nell'elettorato di centro che sperava di sedurre.
Veltroni ha sbagliato campagna, non è riuscito a sedurre e ha miscondotto l'attenzione di tutti su tanti temi di infima contrapposizione personale che non l'hanno premiato. HA riconsegnato il governo a una solidissima maggioranza di centro destra ancora una volta tristemente condotta da un Berlusconi che pure sembrava arrancare, ma ha ottenuto i risultati di partito che si prefiggeva: 1) consolidare la neonata formazione accreditandola come la sola opposizione possibile; 2) cancellare la Sinistra Arcobaleno e il Partito Socialista, reo di non essersi resi a mani alzate alle sue condizioni.
A destra la Lega si rafforza considerevolmente: localismi egoisti, provincialismi miopi, xenofobia, omofobia, sono più forti e dopo la delusione del Governo Prodi non potremo più nemmeno sperare in nessun progresso sul fronte dei diritti e in nessuna legge contro l'omofobia. La gemella diversa del Sud, quell'MPA di Raffaele Lombardo ottiene ben 9 deputati.
Altre considerazioni sono che nella lunga maratona dei commenti, per tutto il pomeriggio e la serata abbiamo sentito i commenti di tanti leader ed esponenti di primo piano di ogni parte, uomini al 95%, pochissime donne (pochissime saranno ancora una volta le elette temiamo al di là delle belle parole). Anche nel parterre delle dichiarazioni di Veltroni -sfondo verde e logo del PD in bella vista - è una parata di "maschi" tra cui riconosco solo due donne (Anna Finocchiaro e Rosy Bindi).
Certo proprio quando la notte si fa più nera si può tornare a sperare nell'alba (in siciliano si dice "chiù scuru i menzannotti non po' fari"). Dobbiamo riprendere a sperare e lavorare a ricostruire prospettive politiche che possano dare anche a noi il diritto all'esistenza e alla parola. per far questo abbiamo bisogno di impegno di coraggio, di testardaggine e di capacità di analisi: dovremo cercare di capire le ragioni profonde di questi risultati, del perché gli italiani sembrano votare bendati, dimentichi persino della storia più recente, privi di visoni prospettiche.
Del perché i siciliani continuano imperterriti a ridare fiducia a un centro destra sciacallo che condanna la Sicilia e i suoi abitanti all'arretratezza e ad un clientelismo da terzo mondo, mentre, contrariamente a quanto sperava Montanelli, le dosi di "vaccino Berlusconi" sembrano non essere mai sufficienti.
Del perché da noi i concetti di eguaglianza e laicità sembrano non avere alcun appeal politico ed elettorale mentre partiti confessionali e fortemente identitari ci avvicinano più alle dinamiche elettorali dei paesi islamici (dove i partiti legati a una visione identitaria dell'islam sono in costante crescita) che al resto del Mondo Occidentale.
Anche il movimento glbt deve essere parte di questo percorso, assieme a tutte le forze del riformismo e delle sinistra, uniti, e deve farlo presto perché in questo sistema rischia di trovarsi a lungo senza interlocutori istituzionali veri. Deve farlo prima di implodere per le sue contraddizioni storiche mai risolte, per nuove e vecchie litigiosità e prima di sparire per emigrazione verso la Spagna...

lunedì 14 aprile 2008

L'ora triste dei risultati.

Non avevo molte speranze, ma le prime notizie sui risultati sembrano più tristi di quel che potevamo aspettarci. Vincerebbe ancora una volta Berlusconi ma Veltroni non perde, ma rafforza la sua posizione drenando voti a sinistra.
Con questi risultati sicuramente si ha una semplificazione ma con un Parlamento che muove decisamente verso destra e che risulterà essere sensibilmente meno laico del precedente.
Per vivere in un Paese normale, per vedere una sinistra riformista laica e allo stesso tempo di governo e per avere dei diritti saremo davvero costretti ad EMIGRARE?
Vediamo se un miracolo ci regala risultati un po' migliori e qualche mese in più da vivere in Italia per lavorare a un futuro migliore...

Qualora da masochisti decidessimmo di restare appare chiaro che bisognerà rimboccarsi le maniche per cercare di ricostruire una politica coraggiosa e dignitosa che sia capace di appassionare e di affermare i diritti i principi fondamentali della laicità e della partecipazione e anche una vera nuova concezione dell'economia, dello sviluppo e del benessere, che sappia tener conto delle risorse, della giustiza sociale, dell'ambiente in cui viviamo. La politica di oggi, di questi parziali risultati non mi rappresenta.
Non voglio banalizzare ma di fronte a un sitema dell'informazione un po' bloccato l'unico modo per rivoltrare gli equilibri politici sarà contruire qualcosa di nuovo e grande, lavorando sul porta a porta e sulle relazioni umane.

domenica 13 aprile 2008

Ho votato. Code ai seggi.

Alle 11:00 di stamattina ho assolto al mio diritto-dovere di buon cittadino italiano votando diligentemente, nonostante debba confessare un certo sconforto per il panorama politico del nostro Paese.
Non vi dirò chi ho votato, anche perché ho dato abbastanza indicazioni sulle mie intenzioni nei giorni scorsi e adesso è giusto che la parola passi alle urne. Vi dico solo, però, che difficilmente chi voto io, a tutti i livelli (dal Municipio al Senato), sarà eletto o avrà rappresentanza. Questo forse dovrà far riflettere me e non solo perché attiene alla qualità della nostra democrazia e al rischio che tanti cittadini non si sentano più rappresentati da questo sistema e vengano espulsi dal confronto delle idee e dal dibattito civile nelle istituzioni.
Ai seggi, nel quartiere popolare di Roma in cui vivo, c'era molta gente e anche discrete code. Penso che il gran numero di schede abbia inevitabilmente rallentato le operazioni di voto aumentando i tempi di attesa, e questo potrebbe avere avuto qualche impatto anche sui dati dell'affluenza registrati alle 12:00 leggermente più bassi che due anni fa.
Potrebbe anche aversi, alla fine, un leggero abbassamento della partecipazione, ma a mio modo di vedere, i cittadini italiani risponderanno ancora in gran massa alla chiamata delle urne, dimostrando di volersi fidare e di provare a sperare.
Secondo me non sono del tutto improbabili anche delle sorprese, come un avvicinamento dell'ultim'ora tra PD e PDL, favorito dalle ultime tragicomiche sparate di Berlusconi su un simbolo nazional popolare come Totti e dal dato effettivo che mentre il leader del PDL è sembrato politicamente invecchiato e stanco, ancorato a dei modelli di campagna elettorale e ad una proposta politica logori. Che vinca o che perda spero che queste siano le ultime elezioni che lo vedono tra i candidati perché l'Italia ha bisogno di lasciarsi alle spalle al più presto il suo fantasma per ricominciare a costruire un futuro.
Veltroni, grazie anche al suo populismo immaginifico, mi sembra sia riuscito in qualche modo a dare forma plastica a un desiderio di rinnovamento e di speranza, cercando di proporsi come il meglio di quello che il Centrosinistra ha fatto negli anni di Governo, senza il peggio delle divisioni e della litigiosità immobilizzanti delle ampie coalizioni. E poco importa (per lui e per la maggior parte dei cittadini e degli osservatori meno attenti e avveduti) se per far questo a buttato a mare la sinistra e si sia tenuto solo un centro in crociera verso destra.
Non ho bisogno di ripetere che a me il suo progetto non piace, trovandolo sostanzialmente di destra in molti dei contenuti e nella forma. Ma ciò non vuol dire che l'illusionista Veltroni non possa affascinare, convincere e persino entusiasmare grandi masse, con risultati finali persino pericolosi.
Io sono orgoglioso di aver tentato sempre di dire la mia con il massimo della chiarezza e della decisione, provando a dare un contributo in questa fase così difficile; e sono anche orgoglioso di avere espresso il mio voto con sofferenza, ma con libertà, sapendo che non sempre l'importante è vincere, ma partecipare sì.
Sulla discussa vicenda delle schede e dei possibili errori credo si sia trattata della solita farsa all'italiana: i simboli dei partiti sulle schede sono talmente grandi da essere artificioso riempirli, figurasi strabordare. Si è trattato di un basso trucco comunicativo per far parlare di più delle due coalizioni maggiori, principali coinvolte nel caso e per distrarre l'attenzione, giusti negli ultimi giorni della campagna elettorale da questioni serie alla banale tecnica di voto. Come se gli italiani avessero ancora bisogno di tornare alle elementari per imparare a fare stanghette e crocette.
N.P. (Nota personale): al seggio la scrutatrice, mentre mi consegnava le schede per votare (dopo che erano stati verificati i miei dati anagrafico-elettorali) mi ha chiesto perplessa "ma li hai 25 anni?" (per votare al Senato)... Ecco, questo sì che risolleva il morale e rendere piacevole andare a votare, pur con così buie prospettive!

lunedì 7 aprile 2008

Voto utile? Voto LAICO

Ha fatto rumore nei giorni scorsi l’ulteriore appello di Franceschini, numero due del PD, ad un voto che premi i due maggior partiti nella scelta di chi andrà a governare il Paese. Pur scansandone la definizione il riferimento è sempre a quel “voto utile” che ci dovrebbe spingere, complice una legge elettorale truffa, verso un forzato bipartitismo in salsa italiana.
Così facendo, Franceschini mira a rafforzare la concentrazione dei voti sulle due forze considerate maggiori (PD e PDL) e ad eliminare la rappresentanza degli altri, ma dà anche per scontato il voto degli elettori. Nessuna legge naturale ha fissato ora e per sempre che PD e PDL siano i due maggiori contendenti per il governo. GLi unici a poterlo decidre sono i cittadini italiani attraverso l'esercizio del loro voto. Gli elettori di centrodestra, stanchi delle istrionate del Cavaliere e dei fucili verbali di Bossi potrebbero ben votare in massa il più pacato Casini, così come nel centrosinistra i riformisti socialisti laici potrebbero voltare le spalle al cosiddetto Pd di Binetti e generale Del Vecchio e scegliere il profilo laico del Partito Socialista di Boselli, o più attento alle questioni sociali della Sinistra Arcobaleno di Bertinotti.
In democrazia, al momento del voto, gli elettori riacquistano la loro piena sovranità e sta a loro capovolgere gli esiti di confronti dati troppo presto per scontati. Inoltre l’esponente democratico non spiega perché chi non crede nel PD e nelle sue capacità di governo dovrebbe votarlo, o meglio lo sottintende: sarebbe il solito voto contro (Berlusconi paragonato in questo caso a Bush). "Se non volete Berlusconi dovete votare per noi": quel tipo di politica contro che Veltroni diceva di essersi lasciato alle spalle.
Gli elettori devono riprendersi il potere di scegliere di votare in base alle loro convinzioni anche per contenere un’assurda arroganza della nostra classe politica che pretende di fare le sue scelte sulle nostre teste, e a prescindere dal voto, dando per scontati i risultati. Solo una collettiva presa di coscienza del potere che ha ciascuno di noi nell’urna e tutti noi in forma organizzata, può finalmente ridare potere e significato al voto, non riducendolo a pura formalità e restituendo dignità a noi e alle istituzioni.
Così hanno fatto gli elettori spagnoli scegliendo Zapatero nel 2004, all'indomani degli attentati di Madrid, decidendo di punire la sicumera di Aznar, dato ampiamente per favorito, e la sua cattiva gestione dell'informazione di quel tragico episodio!
Mi sembra paradossale che a fare la forza di un PD sempre più conservatore nella porposta politica economica e sui diritti siano proprio quei cittadini che in altre circostanze mai voterebbero certe proposte. A portare in parlamento Binetti, Madia, Del Vecchio, Bobba, Carra, Gramaglia, Baio Dossi, Calearo, Serra, Fioroni, Bindi, Rutelli sarà anche il voto dei gay e lesbiche del PD o simpatizzanti e di tutti coloro che pur non riconoscendosi in loro sperano di e si illudono così di sbarrare il passo al ritorno di Berlusconi. Questi gay, queste lesbiche, questi laici, questi riformisti voteranno per chi li insulta, li calpesta, per chi tenta in ogni modo di marginalizzare o sterilizzare i loro valori, le loro richieste, le loro posizioni politiche, la loro cultura e, persino la loro identità.
Non si rendono conto che Berlusconi sul PD ha già vinto, a prescindere da come vada il voto, perché ha vinto sul piano culturale attraendo a destra quel partito e molta della sua dirigneza.

Se la legge elettorale per il Parlamento lascia meno speranze e da meno autonomia ai cittadini, la legge che regola il voto nei grandi comuni, con il doppio turno e la possibilità del voto disgiunto (votare una lista per il consiglio e un diverso candidato a sindaco), consentono agli elettori più autonomia e più libertà di manovra.
A Roma, per esempio, la scelta non può essere artificialmente ridotta ai due maggiori contendenti: Rutelli e Alemanno. Infatti, entrambi presentano un medesimo profilo clericale, per cui per i laici, le femministe, i riformisti, gli elettori di sinistra e la comunità glbt il voto può utilmente andare ad un candidato laico e simbolicamente forte come Franco Grillini, esponente storico del movimento gay-lesbico, candidato dal PS a sindaco di Roma. Per i due clericali essere mandati al secondo turno dal peso di un voto libero e laico sarebbe un segnale forte e salutare!
Dal mio punto di vista, quindi, l’unico voto utile è un voto libero, un voto LAICO. L’unico voto in grado di garantire un futuro moderno e solidale a questo Paese, l’unico modo per fare progredire in Italia i diritti civili e sociali, una società pluralista, inclusiva, accogliente e fiduciosa, delle istituzioni rappresentative, rispettate e autonome dalle ingerenze clericali (tutte cose che per inciso il PD non garantisce).
Il 13 e 14 aprile siamo noi i sovrani, non sprechiamo questa opportunità!

giovedì 3 aprile 2008

Ancora Binetti. A quando il voto del silenzio?

Ieri la boutade del macho man generale Del Vecchio che prima fa vedere di che pasta è fatto dichiarando i gay "inadatti all'esercito", "il nonnismo educativo" e l'obiettivo di arruolare i 16enni nelle'esercito e offrire ai militari in missione i piaceri mercenari delle case di tolleranza, quindi smentisce le dichiarazioni sugli omosessuali - non le altre - attribuendole a inesperienza politica e a un'intervista scherzosa che lo ha tratto in inganno (ricorda quasi il Berlusconi "ingannato" dalla stampa che paragona il confino fascista a un villaggio vacanze dalla sua lussuosa villa in Sardegna), mentre il leader minimo Veltroni, che Del Vecchio lo ha voluto in lista (Senato per il PD, nel Lazio, altra indicazione di NON voto), pretende di chiudere il caso facendo riferimento ai valori del partito (QUALI?).

Oggi di quali valori si parla lo chiarisce la senatrice Binetti, già tristemente nota per il suo integralismo religioso.
«Non voterò nessuna normativa giuridica a tutela delle coppie gay» (non avevamo dubbi in proposito, ma magari la sua amica Paola Concia, o i colleghi di partito Benedino e Scalfarotto si erano illusi: PIE speranze. Quando poi chiariranno cosa ci stanno a fare in questo fantomatico partito democratico, come fanno a stare in un partito nel quale vengono insultati e dileggiati i giorni pari e quelli dispari e cosa pretendono di rappresentare lì dentro...) ha detto la senatrice teodem ai microfoni di Ecotv (Sky 906), ribadendo la sua posizione sulle Unioni civili e sottolineando l'importanza della difesa della eterosessualità. «Nel momento in cui dovessero arrivare i famosi Dico io non li voterei», ha spiegato la senatrice teodem. «Il mio punto di vista è semplice. Prima di tutto, a mio giudizio - ha aggiunto - esiste una dimensione che io considero più legata alla sviluppo ordinario di una persona, che è quella dell'amore e della sessualità che è più squisitamente eterosessuale perché la complementarità biologica, la complementarità con cui ognuno di noi raggiunge la pienezza della sua maturità ha questa come strada maestra. Questa è la naturalezza, se si vuole considerarla anche statisticamente parlando». (Corriere.it)
Per inciso secondo questa innovativa teoria della dottorssa Binetti, gli occhi azzurri, i capelli biondi, le persone molto alte o molto basse, essendo statisticamente meno presenti sarbbero innaturali. La proponiamo per il nobel?
Insomma come un disco rotto la Binetti ritorna sulla storia dello sviluppo ordinario e della naturalezza che già l'hanno portata sotto la lente d'ingrandimento dell'ordine dei medici!
Senatrice Binetti, non si sbracci, sappiamo che si trova bene nel cosiddetto partito democratico, sappiamo già che non vi voteremo! Perché sforzarsi tanto? Anziché pensare ai voti in parlamento le consiglio uno splendido voto del silenzio! Decisamente più pio...