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giovedì 1 gennaio 2009

Buon 2009

Di cuore un buon 2009 per tutti.
Non so per voi, ma per me sarà certamente un anno ricco di novità. Forzatamente si concluderà un lungo ciclo della mia vita e se ne aprirà un altro. E come sempre accade in vista di grandi cambiamenti, tante sono le speranze, tanti anche i timori e le incertezze, tante saranno le scelte importanti da fare.

Diverso discorso per l'aspetto generale. Sinceramente con questo nostro governo e con questa nostra situazione politica generale non ho grandi aspettative dall'Italia e per l'Italia. Dobbiamo cercare tutti insieme di tenere duro e fare il massimo per mettere insieme le premesse dei cambiamenti futuri, non lasciare che tutte le speranze vengano spente e tutti i sogni ci vengano definitivamente rubati.
In questi giorni sono molto rattristato e sconfortato dall'ennesima esplosione di violenza bellica in Palestina-Israele. Amo quei due popoli, quei luoghi e quei paesi, sinceramente, ed è terribile vederli di nuovo avvitarsi in questa infinita spirale di odio, violenze, rappresaglie e crimini. Come sempre le vittime sono i bambini e i più indifesi e non si riesce a capire che proprio la continua risposta bellica, per 60 anni, è quella che alimenta la fiamma dell'odio e del risentimento impedendo un vero costruttivo dialogo e la soluzione stabile dei problemi. Anche quest'anno spero di tornare da quelle parti e di ritrovare tanti amici e una situazione diversa anche di poco più serena. Forse passate le elezioni israeliane e palestinesi, la situazione si sarà stabilizzata e le due parti si saranno tornate a parlare più che a sparare addosso. Certo non è bello assistere a chi gioca con la vita e con le bombe in base a calcoli elettorali e di consenso, ma anche questa è la realtà della democrazia, quando, come da noi, è priva di una vera adeguata classe politica coraggiosa in grado di esprimere scelte e inchiodata, invece, alle paure collettive e ai sondaggi del giorno. Anche in Italia, con la campagna di paura sulla sicurezza e gli immigrati ne sappiamo qualcosa...
Nel frattempo voglio ribadire anche ai miei amici israeliani che non possono pensare di continuare a tenere in ostaggio più di un milione di abitanti di Gaza utilizzando quella potenza di fuoco e ancor più bloccando stabilmente la regolare vita delle persone in quel pezzetto martoriato del Mondo. Gaza non può essere una prigione a cielo aperto in cui la popolazione è vittima dei folli disegni integralisti di Hamas, che si fa scudo di una situazione umanitaria pesantissima continuando a investire risorse e uomini in missili anziché in cibo, scuola, case, attività produttive, ospedali, e poi vittima anche dei blocchi continui dei valichi da parte di Israele ed Egitto e delle bombe e poi dei tank...

il 20 Gennaio entrerà alla Casa Bianca il nuovo presidente americano Barak Obama. Credo poco nelle capacità salvifiche e taumaturgiche di una sola persona, di un solo leader. Ma quella presidenza è l'unica, in questo momento ad accendere le speranze di una nuova stagione della politica americana e globale. Se Obama manterrà fede al suo impegno per l'ambiente e per una diversa impostazione di politica internazionale penso possa essere già un buon inizio e forse, anche grazie al suo carisma e al vento di speranza che accende, riuscirà a dare nuovo impulso anche ai dialoghi di pace in Medioriente che Il pessimo Bush ha affossato con la sua insipienza.

Ancora auguri a tutti di un felice e ricco 2009. Il mio augurio è che siate ciascuno protagonista della propria vita e delle proprie scelte e che ciascuno di noi possa anche dare il suo contributo per positivi cambiamenti nel nostro Paese. Da qualche parte bisogna cominciare a costruire.
BACI!

giovedì 6 novembre 2008

Il peso di Obama per Israele

(Articolo per Progress On Line)

Le elezioni USA hanno catalizzato l’attenzione globale sia a livello di opinione pubblica che di cancellerie, come evidente visto il peso della potenza americana sullo scacchiere internazionale.

In Israele, e in Medio Oriente, quest’attenzione si trasforma in interesse diretto, anche a prescindere dalla presenza diretta in Iraq, che ha trasformato gli Stati Uniti in un fondamentale attore di quello scacchiere regionale.

Infatti, il ruolo degli Stati Uniti nell’area, nel bene come nel male è stato sempre di primaria importanza. Implicazioni fondamentali politiche e persino psicologiche nelle relazioni di sicurezza e negli equilibri di forza. Per Israele, in particolare, sono implicati la percezione stessa della sicurezza nazionale e il futuro dell’assetto di pace con i palestinesi e con gli altri stati arabi, che, come appare evidente non possono certo prescindere dagli indirizzi che vengono da Washington.

Un presidente come Bush, decisamente poco apprezzato all’estero per il suo unilateralismo, l’atteggiamento manicheo della guerra al terrore e le sue prove muscolari di forza, non ha mai goduto di molte simpatie nelle diplomazie internazionali ma è stato un alleato fondamentale per Israele, che ne ha assunto appieno la dottrina. Basta pensare alla guerra in Libano dell’estate 2007, o alle pesanti rappresaglie militari verso Gaza, o ancora all’embargo finanziario ad Hamas (e al suo governo) considerata come un’organizzazione terroristica. La stessa guerra in Iraq, che in Europa non ha mai goduto di popolarità, è stata fortemente voluta da Israele, come anche l’atteggiamento intransigente, che non escluda l’opzione militare, verso la prospettiva di un Iran nucleare.

Non stupisce, quindi, la preoccupazione con cui si guarda in Israele a un avvicendamento alla Casa Bianca, soprattutto in favore in un Barak Obama, che ha già dato indicazioni di una netta discontinuità in politica estera rispetto al suo predecessore, parlando chiaramente di ritiro in tempi certi dall’Iraq, di dialogo con l’Iran e di impegno per la pace tra israeliani e palestinesi.

Naturalmente, il nuovo Presidente non intende allontanarsi dalla tradizionale alleanza privilegiata con Israele, ma ha ritenuto indispensabile, da candidato, un viaggio ufficiale in Israele per rassicurare tanto Gerusalemme che l’attento elettorato degli ebrei americani di cui non poteva permettersi certo di perdere l’appoggio, soprattutto in stati chiave come la Pennsylvania. Un elettorato che alle passate presidenziali aveva sempre premiato il candidato democratico (75% in favore di Karry nel 2004, 82% per Gore nel 2000, quando alla vicepresidenza era candidato il senatore ebreo Joe Lieberman) che aveva, probabilmente, maggiore fiducia nella contendente Hillary Clinton, e Obama non poteva dare per scontato. Alla fine, secondo i dati bel il 78% degli ebrei americani ha scelto Barak Obama contro il 21% del suo avversario repubblicano.

Eppure i Repubblicani di McCain hanno cercato di puntare decisamente sul voto ebraico, giocando molto a istillare il dubbio sulle passate relazioni e sulla più spiccata propensione al dialogo senza pregiudiziali del candidato democratico.

Partendo dai sondaggi iniziali della campagna, quando il 30% dell’elettorato ebraico era orientato a votare per McCain, un dato non scoraggiante dal quale i Repubblicani, avevano avviato una decisa campagna contro Obama, cominciata con la distribuzione di lettere e mail che speculavano sulla sua supposta fede musulmana, e culminata con il tentativo di dipingerlo come pro-palestinese e collegato a noti terroristi. In questa campagna i Repubblicani avrebbero speso circa 2 milioni di dollari in pubblicità su televisioni e giornali ebraici, puntando soprattutto su quegli stati in bilico conosciuti per le ampie comunità ebraiche, come Florida, Ohio, Pennsylvania, Virginia, Nevada (che poi sono tutti andati a Obama).

La Repubblican Jewish Coalition, aveva rilasciato un lungo paper propagandistico intitolato “Preoccupati su Barak Obama? Dovreste esserlo! Molti americani si pongono domande su Barak Obama e se le sue visioni siano buone per gli Stati Uniti e per Israele. E a ragione”. Sul documento si paragonavano le posizioni di McCain , Hillary Clinton e Obama su questioni sensibili come il futuro status di Gerusalemme, i rapporti con i leader “ostili” e la questione iraniana.

Nonostante gli sforzi il voto ebraico ha cominciato a orientarsi decisamente su Obama già a giugno. La scelta di Sarah Palin può avere avuto un ruolo in questa scelta perché le sue posizioni conservatrici sui temi sociali non coincidono con quelle della maggioranza degli ebrei americani.

Intanto, già all’indomani della sua elezione, giunge apprezzata in Israele la prima nomina del nuovo Presidente. Nel delicato ruolo di Capo dello staff della Casa Bianca, Barak Obama ha designato il vecchio amico e alleato di Chicago Rahm Emanuel. Quarantanovenne figlio di un immigrato israeliano e di un’ebrea americana, Emanuel ha servito nell’esercito israeliano e parla persino un po' di ebraico. Una fonte riservata di Ynet ha affermato che “Emanuel è pro-israeliano e non avrebbe preso in considerazione di accettare la posizione se il presidente-eletto Obama non fosse pro-israeliano”, mentre il vice presidente della Jewish Federation of Metropolitan Chicago ha ricordato la sua assidua partecipazione a eventi correlati a Israele come l’Indipendence Day (14 maggio) e la parata annuale per Israele.

Dal canto suo, l’attuale ministro degli esteri e candidata premier, Tzipi Livni, ha rassicurato sulla stabilità delle relazioni israelo-americane, ma, allo stesso tempo, ha sottolineato che gli Stati Uniti e la comunità internazionale faranno pressioni sul processo di pace nel caso che lo Stato ebraico si dimostrasse riluttante. Nel suo discorso alla Knesset di mercoledì scorso, la Livni ha detto che “Indipendentemente da chi sia al potere a Washington è importante capire che la relazione è reciproca”, per questo, ha poi notato, le elezioni israeliane in programma per il prossimo 10 febbraio “devono riflettere l’interesse del paese nell’avanzamento del processo di pace, altrimenti la comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, ci spingeranno in questa direzione”. “Israele deve sostenere i propri interessi nazionali e di sicurezza - ha aggiunto – che in ogni caso coincidono con gli interessi americani nella regione. Dire NO non ha mai portato ad alcun risultato diplomatico”.

In un'intervista a Radio Israele, Tzipi Livni ha, però, anche chiesto cautela nell’aprire un dialogo con l’Iran, che potrebbe essere interpretato come un “messaggio di debolezza” e si è detta “certa che gli Stati Uniti, anche con Obama, non saranno disposti ad accettare un Iran nucleare” escludendo seccamente l’appoggio di Israele a un’iniziativa di apertura degli Usa verso l’Iran. Parole che hanno il sapore di un chiaro monito.

L’elezione di Obama è stata accolta con favore anche sul fronte palestinese e nel mondo arabo, riaprendo le speranze per un processo di pace e di stabilizzazione regionale più equilibrato e rapido. Persino le dichiarazioni di ministri iraniani e siriani sembrano aprire nuovi spiragli di dialogo fino a ieri impensabili.

Andrea Maccarrone

lunedì 6 ottobre 2008

Sguardi sull'Iran alla LUISS

Si è tenuta all'università romana LUISS una interessante incontro sull'IRAN e le sue prospettive politiche in attesa delle prossime elezioni presidenziali che si terranno il prossimo 12 giugno.
L'incontro, diviso in due sessioni, è stato promosso e organizzato dalla Fondazione Vicino Oriente, in collaborazione con l'università, Radio Radicale, l'Istituto di Cooperazione Mediterranea della Provincia di Lecce e, credo, dell'Ambasciata iraniana /rettifica in commenti/, per cui ha tutti i pregi e purtroppo anche i limiti, di un incontro abbastanza istituzionale che ha lasciato poco spazio a una pluralità di visioni. In ogni caso molto centrato, in linea con il contesto accademico, su questioni di dinamiche politiche e istituzionali interne e di assetto regionale.
Se ne parlo qui non è per farvi un resoconto dettagliato di quello che si è detto (se siete interessati avete a disposizione la completa traccia audio e video degli interventi sul sito di Radio Radicale), ma per fare alcune brevissime considerazioni sugli spunti che mi hanno maggiormente colpito.
In primo luogo voglio dire che incontri di questo tipo, pur rivolgendosi ad un pubblico di addetti o interssati alla questione relativamente ristretto sono davvero preziosi per prendere conoscenza più diretta e informata con questioni, come ad esempio la vicenda del nucleare iraniano, di cui siamo solo vagamente a conoscenza dai TG.
Tra gli ospiti decisamente stimolanti le presenze di Faezeh Hashemi (figlia dell'ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani), Roshanak Siasi (dirigente del partito Kargozaran, uno della galassia che da noi viene definita riformista), Fereshteh Taerpour (produttrice e regista cinematografica).
Il vero limite nel seguire queste relatrici è stata la lingua (il Frasi o Persiano) tradotto in simultanea in modo marcatamente inadeguato.
Soprattutto le prime due erano pesantemente velate, secondo la più classica rappresentazione delle donne in Iran, ma sicuramente donne evolute, colte, impegnate in politica e nel sociale. probabilmente comunque espressione di una elite privilegiata.
La Hashemi non si è spogliata del suo ruolo di figlia di e a soprattutto rispondendo alle domande finali ha sostanzialmente criticato il ruolo dell'ex presidente riformista Katami ed enfatizato il ruolo e il peso peso politico del padre Rafsanjani. Nella sua relazione ha rinunciato a trattare il tema della "DONNA" che era previsto per sviluppare il tema delle riforme e del riformismo in ottica islamica e musulmana. La sostanza è che il riformismo in Iran può dispiegarsi nell'ambito consentito dalla cultura e dalla religione islamica perché altrimenti non avrebbe alcuna base sociale di sostegno. Il secolarismo come lo consideriamo noi non può quindi esistere nel contesto iraniano ma deve essere reinterpretato alla luce della cultura e della tradizione del Paese.
Il riformismo all'iraniana si deve quindi sviluppare su cinque punti: 1) diritti civili e umani; 2) competizione aperta tra i partiti; 3) riforme sociali; 4) rafforzamento della società civile rispetto al potere politico; 5) rispetto delle idee altrui e dialogo.
Ma le parole che davvero non mi aspettavo e che mi hanno decisamente stupito sono state le prime, in cui la Hasheni ha detto che in generale sul piano dei diritti umani e civili "Non vedo l'Iran in una situazione pessima. La vita sociale è basta sull'uguaglianza e la giustizia", mentre per quanto riguarda il sistema elettorale che prevede un pesante controllo preventivo di ammissibilità di partiti e condidtati da parte del Consiglio dei Guardiani, si tratterebbe per la Hashemi, di normali requisiti di ammissibilità paragonabili a quelli presenti nei paesi occidentali.
Per quanto attiene al sostegno fornito dall'Iran a Hezbollah e Hamas la Hashemi non ha dubbi nell'affermare che per loro questi non sono certo gruppi terroristici ma movimenti nazionalisti di difesa della popolazione dalle aggressioni israeliane. Ha anche sottolineato (in questo caso in modo senz'altro corretto) che nella sua storia più recente (ultimi 200 anni) l'IRAN non ha mai intrapreso guerre di aggressione verso i vicini ma è stato semmai vittima di progetti di sfruttamento delle maggiori potenze (Russia, Inghilterra, USA) o di feroci guerre di aggressione (Iraq): non si spiega, quindi, la diffidenza nei loro confronti.
Un po' più coraggiosa Roshanak Siasi, che ha parlato di un sistema politico chiuso che sviluppa problemi e diffidenza nella gente e quindi degli spazi e delle prospettive di intervento per il riformismo, alla luce anche degli errori che non ha problemi a riconoscere alla sua parte politica.
Interessante il passaggio in cui ha auspicato un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti su un piano di reciproco vantaggio e rispetto (e con possibili protagonisti da entrambe le parte esponenti più aperti al confronto moderato degli attuali) e quando ha chiarito che il problema principale per gli iraniani non è certo avere il nucleare.
Della Taerempur riporto solo una frase: "Spero giunga il momento in cui l'arte sia liberata dalle influenze della politica".
Questi interventi sono stati preceduti da una interessante relazione di Vittorio Emanuele Parsi (università Cattolica di Milano) sull'importanza dell'Iran e sul nucleare, per cui vi rimando alla traccia audio. Il suo modo di guardare alla questione su scala regionale e globale, affrontando senza reticenze questioni di equilibri e di "psicologia politica", così come la questione del nucleare iraniano e delle possibili soluzioni ha sicuramente offerto numerosi spunti di riflessione e di conoscenza.
La sua conclusione è che non esiste una soluzione militare alla questione e che compito della Comunità internazionale è quello di evitare che il senso di paura possa spingere Israele (il rapporto con Israele e le ripetute minacce di Aḥmadinejād sono state più volte evocate nel corso dell'incontro) a sentire un pericolo mortale per la propria sopravvivenza che lo spinga a intervenire.
Le conclusioni sono state affidate a Massimo D'Alema, invitato in veste di presidente delle Fondazione Italianieuropei.
Sono stato molto positivamente colpito dall'estrema competenza, precisione e arguzia con le quali ha tirato le conclusioni di questa prima sessione. Non si è tirato indietro di fronte alle questini più spinose senza tema di correggere o contraddire con garbo alcune affermazioni delle relatrici, ma ha anche sottolineato gli errori storici dell'Occidente e i limiti attuali dell'approccio internazionale alla questione nucleare che, a suo modo di vedere (e condivido) non può essere trattata in modo disgiunto da una discussione complessivo dell'assetto e della sicurezza dell'intera regione, riconoscendo il ruolo dell'Iran nel contesto mediorientale e sciogliendo i nodi ancora aperti del conflitto israelo-palestinese e libanese. Non sono mancati i riferimenti alla sua esperienza di Primo Ministro e di Ministro degli esteri e al ruolo dell'Italia nello sviluppo del dialogo. Unico vero limite la sua scarsa disponibilità al confronto per cui subito dopo la conclusione del suo intervento si è affrettato (dopo aver brevemente risposto ad alcuni giornalisti) a lasciare la sala non rendendosi disponibile a rispondere a nessuna possibile domanda da parte degli studenti o di altri presenti.
Del resto una piccola critica la farei anche a Francesco di Leo (direttore del il Vicino Oriente) che ha condotto l'ultima parte di confronto con le domande, non consentendo di andare oltre le tre domande (che sembravano oltretutto programmate) /però vedi commenti/e impedendo, di fatto anche a me di porre la mia domanda (relativa ai diritti civili, tema decisamente trascurato) alle relatrici. Una piccola delusione.

domenica 28 settembre 2008

Israele: bomba di ultraortodssi contro storico pacifista

Zeev Sternhel, 73enne professore alla prestigiosa Hebrew University di Gerusalemme, storico studioso del fascismo, collaboratore del giornale progressista Haaretz e attivista di Peace Now (associazione israeliana impegnata per la pace e la soluzione del conflitto con i Palestinesi), è stato ferito lievemente da un attentato esplosivo teso nella sua abitazione.
Le modalità dell’attentato terroristico mirato e il fatto che la zona sia anche stata disseminata da volantini in cui si offre una ricca ricompensa a chiunque uccida un militante del movimento pacifista, fanno pensare a un’iniziativa di gruppi della destra nazionalista e religiosa.
Il professore Sternhel si era fatto molti nemici tra le file di estremisti messianici e dei coloni più esagitati perché con le sue tesi ha negato ogni legittimità sia giuridica che morale all’occupazione dei Territori Palestinesi conquistati con la guerra del ’67.
Credo che l’esperienza e anche la nostra storia italiana ci insegnino che quando il confronto delle idee e delle posizioni politiche lascia il posto alla violenza è la stessa democrazia ad essere in pericolo.
Ma la domanda in questo caso è un’altra: Le forze di sicurezza israeliane scoveranno gli attentatori e distruggeranno per ritorsione le cse loro e dei loro familiari come fanno per gli attentatori palestinesi? Spero che capiscano che questa sorta di vendetta non è giusta né utile in entrambi i casi.
(venerdi' 26/09/2008)

sabato 5 aprile 2008

Ponte di Calatrava a Gerusalemme: alcune considerazioni sulle scelte urbanistiche lì… e qui

In questi giorni è possibile leggere delle polemiche sorte nel paese in merito al ponte progettato dall’ingegner Calatrava per Gerusalemme.
Ne parlo perché sono stato diverse volte in quella città, che amo particolarmente e dalla storia del ponte voglio trarre alcune considerazioni più generali.
La scorsa estate ho potuto notare i lavori per quest’opera, pensata come ponte di cavalcavia ferroviario nella zona nord ovest della città, nel punto di incrocio tra le importanti Jaffa street e Herzl Road, in direzione Tel Aviv, e non lontano dalla nuova stazione centrale dei bus.
La sua costruzione, che costerà l’enorme (e spropositata) cifra di 70 milioni di dollari, è stata voluta dall’allora sindaco della Città Ehud Olmert, oggi premier israeliano, e viene da molti criticata per l’enorme impatto visivo (alta 120 metri – sarà l’edificio più alto della città), per i costi sproporzionati rispetto all’utilità, per la scelta della location in un’area già terribilmente congestionata di traffico ed edifici e male urbanizzata.
Io non voglio entrare nello stretto merito della scelta ma fare un paio di considerazioni più generali rispetto alla mia esperienza di Gerusalemme e dei suoi abitanti.
1) Olmert è considerato da molti, soprattutto dagli intellettuali laici, uno dei peggiori sindaci che Gerusalemme abbia mai avuto. Il suo mandato è corrisposto a un periodo di forte recessione economica della città, desertificata delle sue componenti più evolute ed economicamente dinamiche, di intellettuali, giovani, laici e lasciata in mano alla componente ultraortodossa e conservatrice e, poi, alla lobby dei costruttori e degli speculatori edilizi. Ad esempio la scorsa estate un gruppo di famglie viveva accampate in tende in una centrallisma piazza perché pur lavorando non potevano permettersi l'affitto di casa. Una situazione a cui il sistema sociale non riesce più a fare efficacemente fronte e che dimostra un notevole deteriomento del tessuto economico.
2) Al di là del caso del ponte, è invalsa a Gerusalemme (come a Tel Aviv) l'abitudine di demolire costruzioni più vecchie per sostituirle con moderne torri vetrate o nuovi palazzi. Questa scelta mi sembra incredibile, soprattutto considerando che ci si trova in una delle città più antiche e cariche di simboli del mondo.
Vero è che la parte "moderna", fuori dalla cerchia delle mura cinquecentesce è stata urbanizzata in tempi relativamente recenti, a partire dalla seconda metà dell’ottocento, ma era ed è pur sempre caratterizzata da quartieri e da uno stile semplice e lineare, spesso molto affascinanti, per esempio pregevoli edifici bahaus, o case basse e sobriamente eleganti magari circondate dal verde.
Invece molte costruzioni, anche centralissime vengono abbattute per far posto a moderni grattacieli e a speculazioni edilizie vere e proprie, spazi verdi o ancora liberi invasi dal cemento. Due casi per tutti: l’anno scorso furono scatenate polemiche per la decisione di edificare nel luogo di un antico cimitero islamico-ottomano, considerato patrimonio culturale Unesco e, ovviamente, caro alla comunità palestinese, collocato tra l’altro proprio vicino al centralissimo parco dell’indipendenza, non lontano da Ben Yehuda street e dal famoso hotel King David; assurda mi è parsa la decisione di costruire una moderna zona commerciale, per quanto onestamente dallo scarso impatto visivo, proprio sotto le mura della città vecchia, immediatamente fuori dalla Porta di Jaffa e in un’area prima libera da costruzioni (e ricca di resti archeologici) che offriva uno splendido colpo d’occhio alla rocca della città per chi veniva dalla strada di Bethlehem. Una scelta urbanistica che giudico assolutamente miope e incosciente.
Non sono tra coloro che pensano che le città storiche debbano essere lasciate come dei musei vuoti del tutto intangibili e morti, indifferenti a qualsiasi moderna esigenza o sensibilità, ma credo che ci debba essere più rispetto per la bellezza, il paesaggio e l’ambiente che sono patrimonio di tutti e meno per gli interessi degli speculatori.
E il discorso vale per Gerusalemme, ma ovviamente per le nostre tante città d’arte e per i tanti piccoli ma preziosi paesi e panorami che caratterizzano il nostro paese e la nostra storia!
Mi sembra triste notare come in Italia fino a 70 anni fa c’era comunque un gusto per il bello che oggi sembra abbandonato (contrariamente ad altri paesi) . In passato persino le costruzioni popolari o le case operaie avevano una certa cura dei particolari e certi obbrobri di caserme o alveari umani (come quelli fioriti nelle nostre periferie) erano semplicemente inconcepibili.
Nonostante la passione per il nuovo e un'edificazione accelerata, devo dire che in questo in Israele stanno meglio di noi, la qualità dell’edilizia anche contemporanea e popolare rimane in media decisamente superiore a quella cui siamo abituati, e spesso persino sorprendentemente gradevole. Quell’area commerciale sotto le mura non è brutta, in assoluto, ma semplicemente inappropriata nella collocazione. Pity!
Per concludere un'altro piccolo parallelo che avvicna Gerusalemme alla nostra Firenze. Anche Gerusalmme ha scelto (anche lì non senza polemiche) di avere una linea di tram, che passerà per il centro della città, in questo caso vicino alle mura nel'angolo della Porta Nuova (New Gate)

mercoledì 2 aprile 2008

IL Generale del PD: "no ai gay sì alle prostitute"

Il generale del Vecchio, candidato nelle file del PD (che non finisce mai di stupire), intervistato da Klaus Davi per KlausCondicio su youTube, dichiara: "Io rispetto ogni scelta legittima e lecita della persona, ma credo che nell'ambito di una struttura come l'esercito, dove le attività si svolgono sempre insieme, è opportuno non dichiarare ed evidenziare la propria omosessualità".
Poi aggiunge: "mi sono imbattuto in episodi di omossessualità e ho fatto in modo che quelle situazioni non si verificassero di nuovo, che chi ne era coinvolto venisse ricollocato ed impiegato in altre aree", ma, precisa "non ho mai mandato via nessuno dall'esercito perché gay" (bontà sua). Leggete voi stessi l'articolo su Repubblica
Il Generale prosegue giustificando il ricorso alle case di piacere per i militari in missione.
Insomma all'omofobia teodem di Binetti e company da oggi il PD aggiunge anche quella machista del Generale Del Vecchio, legato ancora alla pericolosa filosofia dell'esercito americano del "non chiedere, non dire" che relegherebbe i militari omosessuali nell'ombra della paura e, immaginiamo, del ricatto. Una visione che si arricchisce della visione della donna oggetto al servzio mercenario del piacere maschile.

Al Generale ricordiamo che l'omosessualità, anche manifesta, non è un impedimento a nessuna professione o attività, persino quella militare, tanto più che oggi l'esercito italiano è aperto anche alle donne e quindi non si vede dove possa essere il problema, se non in eventuali manifestazioni di discriminazione omofobica, questa sì da reprimere come ogni forma di nonnismo, violenza o soprusi. E questo detto da un pacifista...
Ripassi la storia, il generale, per ricordare che nell'Antica Grecia esisteva un'intera falage composta soltanto di amanti omosessuali che era nota e ammirata per il suo valore, oppure potrebbe anche farsi un giro per paesi con forze armate ben più efficienti delle nostre come Regno Unito o Israele, che non solo ammettono tranquillamente gli omosessuali dichiarati nei loro ranghi ma riconoscono i benefici e ricnoscimenti dovuti ai loro compagni e conviventi! (al di là di ogni giudizio sulle loro politiche militari). Un esempio verso il quale anche le nostre forze armate dovebbero muoversi, seguendo il quale non avrebbero nulla da perdere ma tutto da guadagnare.
Film consigliato Yossi & Jagger!
Domanda del giorno: dopo 43 anni nell'esercito il Del Vecchio non aveva diritto alla pensione e al riposo? c'era proprio bisogno di ipegnarlo in Parlamento? Forse nel candidarlo Veltroni pensava a una strategia per le frequenti risse che animano le paludate aule!