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venerdì 16 aprile 2010

Inammissibili e non fondati

E dopo tanta attesa, compreso il rinvio della discussione dalla scorso 23 marzo, la Corte Costituzionale si è pronunciata proprio il 14 Aprile (mio compleanno), sulla questione del matrimonio omosessuale.

Come noto, la domanda era stata sollevata dai tribunali di Venezia e Trento (a cui si erano rivolte delle coppie omosessuali insoddisfatte del rifiuto opposto dalle rispettive amministrazioni comunali alla pubblicazione nuziali) per dichiarare l'illegittimità delle norme, per altro non così esplicite e univoche come si potrebbe credere, che impediscono il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in nome degli articoli 2 (diritti inviolabili dell'uomo anche nelle formazioni sociali), 3 (uguaglianza dei cittadini), 29 (diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio) e 117,primo comma (ordinamento comunitario e obblighi internazionali) della Costituzione.
La decisione nuda e cruda è stata di giudicare inammissibili (artt. 2 e 117) e non fondate (artt. 3 e 29) le richieste. Respingendo di fatto il ricorso.
Il primo sentimento che emerge è di grande tristezza e amarezza per l'ennesima occasione buttata. La speranza di qualche milione di italiani di vedersi riconosciuti una "possibilità" e la pari dignità e uguaglianza degli altri cittadini nelle proprie scelte affettive e familiari.
Con poco più di coraggio, che in altre occasioni la Corte ha pur dimostrato, innovando a più riprese i nostri codici e le leggi contrarie proprio ai basilari principi costituzionali (articolo 2 e 3), molte delle quale ereditate dalla monarchia e dal fascismo, oggi l'Italia si sarebbe trovata di colpo riaccolta nel consesso dell'Europa più avanzata, in barba ai nostri bigotti legislatori, e dimostrando la straordinaria vitalità e modernità del nostro sistema di diritto e di garanzie che trova l'architrave proprio nella Costituzione.
E invece ci troviamo costretti a rilanciare una battaglia e allo stesso tempo ad arginare una disillusione sempre più forte che spinge molte e molti di noi a riconoscersi sempre meno in questo Paese che a tutti i livelli ci vorrebbe invisibili e privi di diritti che altrove sono ormai scontati.

Proprio adesso però NON DOBBIAMO ARRENDERCI perché una cosa è risultata chiara da tutta l'operazione che ha portato fino alla Corte Costituzionale. Che le istituzioni non possono ignorarci, che troveremo sempre dei modi di inchiodarle alle loro responsabilità e quando ci cacciano dalla porta noi rispunteremo dalla finestra e se anche la finestra fosse chiusa proveremo dal solaio, dalla cantina, scoperchieremo il tetto delle ipocrisie e delle bugie e speriamo di non dover abbattere l'edificio!
Naturalmente sulla sentenza infausta, e prima ancora di leggerne le motivazioni (che a loro poco importano) si sono subito fiondati come avvoltoi i soliti noti. La pessima Roccella, già tra i promotori del Family Day nel 2007 e oggi sottosegretario alla Salute (scranno da cui fa ostruzionismo in tutti i modi alla legge 194 sulla interruzione di gravidanza, tra le altre cose), si scatena in acrobazie (il)logiche degne di miglior causa: "La Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi sui matrimoni omosessuali dichiarando infondato il richiamo agli articoli 3 e 29: la famiglia non può che essere, secondo i giudici, una 'società naturale' composta da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio". Come già siamo abituati a sentire per lo stesso articolo 29, nel quale si leggono uomo e donna che il costituzionalista non ha mai scritto, l'azione di mistificazione viene estesa adesso anche a semplici annunci di sentenza.
È importante precisare infatti che la Corte NON ha mai dichiarato illegittimi i matrimoni omosessuali, ma che sulla materia può (e forse sarebbe dovrebbe) decidere il legislatore. E se può si evince chiaramente che non solo il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è vietato ma è PIENAMENTE CONSENTITO anzi un provvedimento di riconoscimento dei diritti delle coppie, sotto forma matrimoniale o altra appare, dalla lettura delle motivazioni AUSPICABILE e in qualche modo persino DOVEROSO, di fronte ai cambiamenti intervenuti nella realtà sociale e culturale del Paese e di fronte a un quadro internazionale in progressiva evoluzione che ugualmente spinge in questa direzione.
Checché ne dica la talebana Roccella che prova anche a mettere paletti al legislatore e a farci credere di non essere una fan dei diritti costituzionali …
C'è poco da dire sul ministro della famiglia (al singolare per carità) Giovanardi, che canta prematuramente vittoria con parole fotocopia della collega di governo.
Alla fiera delle frasi fatte decide di non mancare il suo inutile apporto anche Isabella Bartolini, ignota esponente della direzione Popolo delle Libertà (quali) che rispolvera questo adagio "Nel nostro Paese ognuno può vivere come meglio ritiene basta che stia all'interno delle leggi. Non si possono però trasformare i desideri in diritti illegittimi". E poi, con la coda di paglia tipica del suo partito aggiunge: "Mi auguro che dopo questo giusto pronunciamento della Corte Costituzionale non di debba assistere allo sgradevole show da parte di qualcuno che ci verrà a raccontare che nel nostro Paese c'e' la dittatura. Sarebbe veramente stucchevole oltre che profondamente falso".
L'hanno informata che in Italia l'unico a criticare la Corte (e non soltanto le sue sentenze) , parlando proprio di "dittatura dei giudici di sinistra", è il suo capo e datore di lavoro? Ma ormai siamo abituati, se si tratta di immunità e privilegi di uno sono il PDL si mobilita, quando in discussione sono i diritti civili di milioni si specula!

Tornando alle motivazioni della sentenza, pubblicate ieri a tempo di record, possiamo provare ad azzardare pochissime considerazioni, evitando di cadere in un eccesso di negatività, per cogliere alcuni spunti interessanti e tutttal'tro che scontati, possibili appigli per azioni prossime sul tema.
Le aperture maggiori della Consulta giungono motivando l'inammissibilità della richiesta relativamente all'articolo 2 (la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale)
della Costituzione.
Coerentemente con questo dettato i Supremi giudici riconoscono che "per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l'unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri". Subito però la Corte esclude"che l'aspirazione a tale riconoscimento – che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia – possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio"
perché "spetta al Parlamento, nell'esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette, restando riservata alla Corte costituzionale la possibilità d'intervenire a tutela di specifiche situazioni" (grassetti nostri).

In tutta chiarezza, secondo le stesse parole della Consulta al Parlamento spetta stabilire il COME tutelare le COPPIE OMOSESSUALI e non certo il SE tutelarle, tanto che la stessa Corte si dichiara sin d'ora competente a intervenire e deliberare di fronte a concrete fattispecie discriminatorie (e i ricorsi potrebbero essere tanti, ad esempio su pensione di reversibilità, diritto di lavoro, sanità, separazione delle coppie, etc.)

La questione sollevata con riferimento ai parametri individuati negli artt. 3 e 29 Cost. (argomentata in maniera secondo me eccellete dai tribunali ricorrenti e dai legali delle coppie coinvolte) è stata ritenuta NON fondata.

La Corte decide di "prendere le mosse, per ragioni diordine logico", proprio dall'articolo 29 che "stabilisce, nel primo comma, che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», e nel secondo comma aggiunge che «Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare»".

"La norma, che ha dato luogo ad un vivace confronto dottrinale tuttora aperto, pone il matrimonio a fondamento della famiglia legittima, definita "società naturale" (con tale espressione, come si desume dai lavori preparatori dell'Assemblea costituente, si volle sottolineare che la famiglia contemplata dalla norma aveva dei diritti originari e preesistenti allo Stato, che questo doveva riconoscere)".

Speriamo che adesso Casini, Buttiglione, Volontè, Roccella, Pezzotta, Storace, Rutelli, Binetti, ma anche D'Alema, Bersani e company la smettano di sbandierare il termine, tutto giuridico di "naturale" in senso pseudo naturalistico di "uomo e donna / Adamo ed Eva animali da riproduzione, ovvero come un richiamo a un presunto "diritto naturale" immodificabile perché fissato ora e sempre da Dio o chi per lui…

A contraddirli le stesse parole della Consulta immediatamente ribadiscono che "è vero che i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere "cristallizzati" con riferimento all'epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell'ordinamento, ma anche dell'evoluzione della società e dei costumi".
Dopo l'indoratura della pillola arriva però la mazzata: "Detta interpretazione, però, non può spingersi fino al punto d'incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata".
"Infatti, come risulta dai citati lavori preparatori, la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito svoltosi in sede di Assemblea, benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta. I costituenti, elaborando l'art. 29 Cost., discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un'articolata disciplina nell'ordinamento civile. Pertanto, in assenza di diversi riferimenti, è inevitabile concludere che essi tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che, come sopra si è visto, stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. In tal senso orienta anche il secondo comma della disposizione che, affermando il principio dell'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale.
Questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un'interpretazione creativa. Si deve ribadire, dunque, che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto".

Insomma secondo i giudici costituzionali non c'è ombra di dubbio su a "quale" matrimonio intendessero riferirsi i costituenti. A quello eterosessuale disciplinato dal codice civile del 1942. Tanto più che, pur conoscendo la "condizione omosessuale" non presero la questione delle coppie omosessuali minimamente in considerazione. Qui sta secondo me una piccola crepa argomentativa, perché se quanto sopra detto rispetto alle intenzioni dei costituenti è certamente vero è pur vero che a quel tempo la condizione omosessuale non era per nulla associata a rivendicazioni di diritti, né individuali né tantomeno di coppia o coniugali, ma semmai considerata alla stregua di una devianza sessuale da nascondere e che nessuno avrebbe mai rivendicato pubblicamente. Non esisteva proprio il fenomeno delle coppie omosessuali in cerca di riconoscimenti e diritti e forse neanche delle coppie omosessuali tout court. Queste sono emerse soltanto diversi decenni
dopo, assumendo una crescente rilevanza numerica e rivendicativa soltanto 15 o 20 anni fa.
Nell'arricchire le argomentazioni a sostegno della sua tesi la Corte fa riferimento anche alla finalità procreativa dell'unione matrimoniale ritenendo "Non casuale (…) che la Carta costituzionale, dopo aver trattato del matrimonio, abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli (art. 30), assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sia pur compatibilmente con i membri della famiglia legittima. La giusta e doverosa tutela, garantita ai figli naturali, nulla toglie al rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla (potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall'unione omosessuale".

Su questo punto ci sarebbe molto da redire intanto perché questa osservazioni non supera i rilievi mossi dagli stessi tribunali di Venezia e Trento circa le coppie eterosessuali che per motivi di età o di salute risultino incapaci di procreare e rispetto al caso di matrimonio, giustamente consentito, per i/le transessuali con persone (e solo con loro) del medesimo sesso di nascita, nella evidente impossibilità alla procreazione "naturale". Senza considerare appunto che l'evoluzione della tecnica e della medicina, unitamente all'accresciuta consapevolezza delle persone omosessuali, consentono oggi superare dei limiti nel 1948 tutt'affatto impensabili, come dimostrano il crescente fenomeno, in Italia come nel resto d'Europa, delle famiglie omogenitoriali.

Giunti a questo punto la Consulta si sente in grado di liquidare in poche parole la questione dell'uguaglianza posta dall'articolo 3: "In questo quadro, con riferimento all'art. 3 Cost., la censurata normativa del codice civile che, per quanto sopra detto, contempla esclusivamente il matrimonio tra uomo e donna, non può considerarsi illegittima sul piano costituzionale. Ciò sia perché essa trova fondamento nel citato art. 29 Cost., sia perché la normativa medesima non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio".
Secondo i giudici, insomma l'impossibilità per le coppie omosessuali di sposarsi non dà luogo a una violazione del principio di uguaglianza perché l'articolo 29 fa riferimento" inequivocabilmente" a un matrimonio tra uomo e donna fissando quindi una sorta di "legittima eccezione", e poco importa se per stabilire questa inequivocabilità l'interpretazione fa riferimento proprio alle norme del codice civile che si vorrebbero abrogare (il classico cane che si morde la coda insomma). Ma c'è di più: quando i giudici affermano che le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio, esprimono una sorta di tautologia, in quanto non sono omogenee ora e proprio per questo aspirano a esserlo potenzialmente. Non sono omogenee nella stessa misura in cui non lo sono le unioni eterosessuali NON sposate che però possono, oggi, decidere se e quando dare la veste giuridica del matrimonio al loro rapporto. Cosa, invece ancora ingiustamente impedita alle coppie omosessuali.

In conclusione al momento la Corte ha ritento che NON sussiste un diritto costituzionale al matrimonio per le coppie omosessuali , ma allo stesso tempo NON ESISTE certo un divieto a tale riconoscimento. ANZI il concetto di MATIMONIO è sottoposto a un'evoluzione sociale culturale che incide anche sulle norme giuridiche che lo regolano, come è evidente dalle soluzioni trovate da diversi paesi europei dalla cultura giuridica "affine" alla nostra.
Esiste invece un preciso diritto delle coppie omosessuali a vedere riconosciuta e tutelata la loro condizione. Diritto che chiama in causa la discrezionalità del legislatore sui modi di garantirlo (con il matrimonio e/o altri mezzi) ma non più sulla opportunità o meno di farlo.

Da qui, da subito possiamo ripartire. Anche sottolineando una cosa. Alla sentenza del 14 si è giunti per l'azione di qualche decina di coppie coraggiose e determinate in giro per l'Italia (che dobbiamo tutti ringraziare) e dalla volontà e impegno di due associazioni "giovani" ma intraprendenti: Rete Lenford e Certi Diritti.

Quest'azione nel suo complesso non è stata sostenuta con enorme entusiasmo dalla gran parte del movimento glbt, Non ha visto mobilitazione di massa né tra gay e lesbiche e neppure nella società civile più attenta alla questione (senza il cui appoggio difficilmente otterremo mai risultati tangibili). Anche per noi, insomma, un'occasione perduta di dibattito, sensibilizzazione e unità di intenti su un punto che sicuramente non è l'unico e per molti neppure il più importante della nostra agenda, ma che potrebbe essere sicuramente un obiettivo unificante e simbolicamente decisivo.

domenica 13 aprile 2008

Ho votato. Code ai seggi.

Alle 11:00 di stamattina ho assolto al mio diritto-dovere di buon cittadino italiano votando diligentemente, nonostante debba confessare un certo sconforto per il panorama politico del nostro Paese.
Non vi dirò chi ho votato, anche perché ho dato abbastanza indicazioni sulle mie intenzioni nei giorni scorsi e adesso è giusto che la parola passi alle urne. Vi dico solo, però, che difficilmente chi voto io, a tutti i livelli (dal Municipio al Senato), sarà eletto o avrà rappresentanza. Questo forse dovrà far riflettere me e non solo perché attiene alla qualità della nostra democrazia e al rischio che tanti cittadini non si sentano più rappresentati da questo sistema e vengano espulsi dal confronto delle idee e dal dibattito civile nelle istituzioni.
Ai seggi, nel quartiere popolare di Roma in cui vivo, c'era molta gente e anche discrete code. Penso che il gran numero di schede abbia inevitabilmente rallentato le operazioni di voto aumentando i tempi di attesa, e questo potrebbe avere avuto qualche impatto anche sui dati dell'affluenza registrati alle 12:00 leggermente più bassi che due anni fa.
Potrebbe anche aversi, alla fine, un leggero abbassamento della partecipazione, ma a mio modo di vedere, i cittadini italiani risponderanno ancora in gran massa alla chiamata delle urne, dimostrando di volersi fidare e di provare a sperare.
Secondo me non sono del tutto improbabili anche delle sorprese, come un avvicinamento dell'ultim'ora tra PD e PDL, favorito dalle ultime tragicomiche sparate di Berlusconi su un simbolo nazional popolare come Totti e dal dato effettivo che mentre il leader del PDL è sembrato politicamente invecchiato e stanco, ancorato a dei modelli di campagna elettorale e ad una proposta politica logori. Che vinca o che perda spero che queste siano le ultime elezioni che lo vedono tra i candidati perché l'Italia ha bisogno di lasciarsi alle spalle al più presto il suo fantasma per ricominciare a costruire un futuro.
Veltroni, grazie anche al suo populismo immaginifico, mi sembra sia riuscito in qualche modo a dare forma plastica a un desiderio di rinnovamento e di speranza, cercando di proporsi come il meglio di quello che il Centrosinistra ha fatto negli anni di Governo, senza il peggio delle divisioni e della litigiosità immobilizzanti delle ampie coalizioni. E poco importa (per lui e per la maggior parte dei cittadini e degli osservatori meno attenti e avveduti) se per far questo a buttato a mare la sinistra e si sia tenuto solo un centro in crociera verso destra.
Non ho bisogno di ripetere che a me il suo progetto non piace, trovandolo sostanzialmente di destra in molti dei contenuti e nella forma. Ma ciò non vuol dire che l'illusionista Veltroni non possa affascinare, convincere e persino entusiasmare grandi masse, con risultati finali persino pericolosi.
Io sono orgoglioso di aver tentato sempre di dire la mia con il massimo della chiarezza e della decisione, provando a dare un contributo in questa fase così difficile; e sono anche orgoglioso di avere espresso il mio voto con sofferenza, ma con libertà, sapendo che non sempre l'importante è vincere, ma partecipare sì.
Sulla discussa vicenda delle schede e dei possibili errori credo si sia trattata della solita farsa all'italiana: i simboli dei partiti sulle schede sono talmente grandi da essere artificioso riempirli, figurasi strabordare. Si è trattato di un basso trucco comunicativo per far parlare di più delle due coalizioni maggiori, principali coinvolte nel caso e per distrarre l'attenzione, giusti negli ultimi giorni della campagna elettorale da questioni serie alla banale tecnica di voto. Come se gli italiani avessero ancora bisogno di tornare alle elementari per imparare a fare stanghette e crocette.
N.P. (Nota personale): al seggio la scrutatrice, mentre mi consegnava le schede per votare (dopo che erano stati verificati i miei dati anagrafico-elettorali) mi ha chiesto perplessa "ma li hai 25 anni?" (per votare al Senato)... Ecco, questo sì che risolleva il morale e rendere piacevole andare a votare, pur con così buie prospettive!

martedì 8 aprile 2008

Alemanno e l'illegalità delle affissioni elettorali





Alemanno, candidato sindaco di Roma per il Popolo della Libertà si propone da sempre come alfiere della sicurezza e della legalità.
Com'è possibile allora che i suoi manifesti elettorali (e non è il solo ovviamente) e altri del suo partito non rispettano nessuna norma minima di decenza e le comuni norme di divieto di affissione sugli edifici e sui cassonetti pubblici?
Lo spettacolo della città e dei quartieri deturpati da quintali di manifesti e affissioni selvagge, dappertutto è indecente, segno di degrato e bruttura.
Se Alemanno vuole essere credibile quando parla di legalità deve decidersi a rsipettarla egli stesso e a rispettare tutti noi cittadini che vorremmo non doverci trovare il suo faccionne appicicato dappertutto sulle facciate delle nostre case. Non penso che a lui farebbe piacere avere i suoi stessi manifesti sulla facciata di casa sua, perché allora dobbiamo sorbircelo noi?
N.B. La stessa cosa vale per tutti i candidati di tutti i partiti, ma almeno molti di loro ci risparmiano sermoni sulla legalità.

lunedì 7 aprile 2008

Voto utile? Voto LAICO

Ha fatto rumore nei giorni scorsi l’ulteriore appello di Franceschini, numero due del PD, ad un voto che premi i due maggior partiti nella scelta di chi andrà a governare il Paese. Pur scansandone la definizione il riferimento è sempre a quel “voto utile” che ci dovrebbe spingere, complice una legge elettorale truffa, verso un forzato bipartitismo in salsa italiana.
Così facendo, Franceschini mira a rafforzare la concentrazione dei voti sulle due forze considerate maggiori (PD e PDL) e ad eliminare la rappresentanza degli altri, ma dà anche per scontato il voto degli elettori. Nessuna legge naturale ha fissato ora e per sempre che PD e PDL siano i due maggiori contendenti per il governo. GLi unici a poterlo decidre sono i cittadini italiani attraverso l'esercizio del loro voto. Gli elettori di centrodestra, stanchi delle istrionate del Cavaliere e dei fucili verbali di Bossi potrebbero ben votare in massa il più pacato Casini, così come nel centrosinistra i riformisti socialisti laici potrebbero voltare le spalle al cosiddetto Pd di Binetti e generale Del Vecchio e scegliere il profilo laico del Partito Socialista di Boselli, o più attento alle questioni sociali della Sinistra Arcobaleno di Bertinotti.
In democrazia, al momento del voto, gli elettori riacquistano la loro piena sovranità e sta a loro capovolgere gli esiti di confronti dati troppo presto per scontati. Inoltre l’esponente democratico non spiega perché chi non crede nel PD e nelle sue capacità di governo dovrebbe votarlo, o meglio lo sottintende: sarebbe il solito voto contro (Berlusconi paragonato in questo caso a Bush). "Se non volete Berlusconi dovete votare per noi": quel tipo di politica contro che Veltroni diceva di essersi lasciato alle spalle.
Gli elettori devono riprendersi il potere di scegliere di votare in base alle loro convinzioni anche per contenere un’assurda arroganza della nostra classe politica che pretende di fare le sue scelte sulle nostre teste, e a prescindere dal voto, dando per scontati i risultati. Solo una collettiva presa di coscienza del potere che ha ciascuno di noi nell’urna e tutti noi in forma organizzata, può finalmente ridare potere e significato al voto, non riducendolo a pura formalità e restituendo dignità a noi e alle istituzioni.
Così hanno fatto gli elettori spagnoli scegliendo Zapatero nel 2004, all'indomani degli attentati di Madrid, decidendo di punire la sicumera di Aznar, dato ampiamente per favorito, e la sua cattiva gestione dell'informazione di quel tragico episodio!
Mi sembra paradossale che a fare la forza di un PD sempre più conservatore nella porposta politica economica e sui diritti siano proprio quei cittadini che in altre circostanze mai voterebbero certe proposte. A portare in parlamento Binetti, Madia, Del Vecchio, Bobba, Carra, Gramaglia, Baio Dossi, Calearo, Serra, Fioroni, Bindi, Rutelli sarà anche il voto dei gay e lesbiche del PD o simpatizzanti e di tutti coloro che pur non riconoscendosi in loro sperano di e si illudono così di sbarrare il passo al ritorno di Berlusconi. Questi gay, queste lesbiche, questi laici, questi riformisti voteranno per chi li insulta, li calpesta, per chi tenta in ogni modo di marginalizzare o sterilizzare i loro valori, le loro richieste, le loro posizioni politiche, la loro cultura e, persino la loro identità.
Non si rendono conto che Berlusconi sul PD ha già vinto, a prescindere da come vada il voto, perché ha vinto sul piano culturale attraendo a destra quel partito e molta della sua dirigneza.

Se la legge elettorale per il Parlamento lascia meno speranze e da meno autonomia ai cittadini, la legge che regola il voto nei grandi comuni, con il doppio turno e la possibilità del voto disgiunto (votare una lista per il consiglio e un diverso candidato a sindaco), consentono agli elettori più autonomia e più libertà di manovra.
A Roma, per esempio, la scelta non può essere artificialmente ridotta ai due maggiori contendenti: Rutelli e Alemanno. Infatti, entrambi presentano un medesimo profilo clericale, per cui per i laici, le femministe, i riformisti, gli elettori di sinistra e la comunità glbt il voto può utilmente andare ad un candidato laico e simbolicamente forte come Franco Grillini, esponente storico del movimento gay-lesbico, candidato dal PS a sindaco di Roma. Per i due clericali essere mandati al secondo turno dal peso di un voto libero e laico sarebbe un segnale forte e salutare!
Dal mio punto di vista, quindi, l’unico voto utile è un voto libero, un voto LAICO. L’unico voto in grado di garantire un futuro moderno e solidale a questo Paese, l’unico modo per fare progredire in Italia i diritti civili e sociali, una società pluralista, inclusiva, accogliente e fiduciosa, delle istituzioni rappresentative, rispettate e autonome dalle ingerenze clericali (tutte cose che per inciso il PD non garantisce).
Il 13 e 14 aprile siamo noi i sovrani, non sprechiamo questa opportunità!